LA CAPA DI FERRO, 26 RACCONTI A SUD: seconda e nuova edizione 2025





                                      Foto by Fernando Stendardo

E' un nostro dovere civile mantenere vivo l'eredità culturale dei nostri luoghi natii. 

Capa di ferro è il soprannome con cui è stata ribattezzata la fontanella pubblica dell’acquedotto pugliese che dal 1914 zampilla nelle piazze e nelle stradine assolate della regione, dissetando bambini, grandi e animali nelle lunghe estati calde.
Una fontana di bronzo centenaria che prende il nome dalla parte piu importante del corpo: la testa, la capa come diciamo a sud, attingendo dalle lingue classiche antiche, il Latino Caput. Capa di ferro è Caput come è Caput il Faro: entrambi, chi con il suono e la vista dell'acqua, chi con la luce nella notte sul mare svettano sui nostri spazi Mediterranei. Cape di ferro nei Deserti assolati ma affollati e frenetici dei suk, delle strade e delle piazze: formicai popolati da gioco, ozio e fatica al contempo. Fari sui Deserti d'acqua solcata da barche, navi e popoli in fuga, oggi come ieri, e popolata oscuramente da miliardi di entità marine vegetali e animali, relitti che talvolta son tombe e da abissi abitati da specie aliene. 

C'è un peculiare esempio di Capa di ferro siamese in strada San Marco nel borgo antico di Bari che rappresenta una pietra miliare per la sua storia e per l'idea concreta e non certo virtuale di comunità. Sorge infatti nel luogo dove Bona Sforza, Duchessa di Bari e Regina di Polonia, sepolta nella Basilica di San Nicola, donò la prima acqua pubblica, realizzando un pozzo a disposizione di tutta la popolazione. Questa fontanella è l'unico esemplare esistente a 2 becchi: una versione del tutto particolare perchè accomuna e approvvigiona più persone contemporaneamente.
Un monumento unico nel suo genere. Un modello di pluralità nella distribuzione e condivisione dell'acqua. Le connessioni e i legami fra le persone in una comunità passavano infatti anche dall'acqua come elemento vitale, e dunque dalla fontana. Un messaggio di grande valore oggi che le relazioni comunitarie si sono fatte tristemente rare. 
La capa di ferro è infatti proprio un sacro simbolo di comunità, quel senso sociale che abbiamo purtroppo perso per inseguire le chimere dalle tecnologie americane, coreane e cinesi che hanno creato gli smartphone isolando di fatto fisicamente le persone con l'illusione della creazione di comunity virtuali.

In questa seconda e nuova edizione 2025 di ventisei racconti, la Capa di ferro rappresenta il simbolo universale della vita Mediterranea in strada, lì dove al Cairo come a Bari, a Gerusalemme come a Otranto, a Marrakesh come a Napoli, l'umanità vive, lavora, ama, gioisce, soffre e lavora tutto il giorno in strada sotto il cielo e il sole. 
In tutti questi luoghi, come ci ha insegnato Naghib Mahfuz, la vita della strada e dei rioni, i suoni e gli odori, le vedute carpite dalle finestre, gli oggetti, le dicerie, i sentimenti e le fantasie della gente sono gli strumenti attraverso cui il viaggiatore o il lettore può fare conoscenza delle forme e delle essenze che compongono, e infinitamente ripetono, il ciclo di nascita, vita e morte di tutta la realtà dei borghi e città bagnate dal Mare Nostrum. 
La strada qui si racconta attraverso la quotidianità dei suoi personaggi, realtà e fantasia di un mondo in cui si compenetra l'arcano della tradizione dei paesi del sud d'Europa e il moderno della civiltà occidentale. 
D'altronde chiunque voglia rintracciare la storia di una comunità, taciuta dalla grande storia, deve cercarla nella vita quotidiana della gente che in quei luoghi abita. Lì risiede la sua essenza: nelle attività, negli usi, nei modi di fare, nella spiritualità degli uomini e delle donne. 

 In questo libro la Puglia si fa archetipo rappresentativo di una realtà culturale che travalica i suoi confini geografici.

 Proprio per questo il lettore troverà anche descrizioni dettagliate di strade, chiese e luoghi - che riconoscerà però solo se ci è nato - ma raramente nomi identificativi di paesi e città. 

Il sottotitolo Racconti a sud sta per narrare per l'appunto il Sud quale propaggine Europea piú proiettata a Oriente e a sud ovest nonostante la coltre omogeneizzante della globalizzazione. 

I protagonisti dei Racconti a sud vivono il tempo in modo diverso da quello misurato dagli orologi: è il tempo della strada, fatto di momenti sempre quantitativamente e qualitativamente diversi tra loro, unici e irripetibili. E' il tempo esteriore dei mercati, un tempo di teatro e seduzione oltrechè di commerci, incontri e sguardi ma anche il lento tempo interiore di preghiere e processioni, amori, musica e paziente pesca in barca o dai moli. 

E' il Tempo della paziente attesa del Kairos, il momento giusto dei Greci per la maturazione di destini e frutti.

 I pensieri dei protagonisti di queste storie talvolta pare che nascano e mutino in inconscia sintonia con l'ambiente naturale in cui sorgono. Ci sono pensieri e disamori da maestrale, l'irrascibilità da scirocco, gli spleen da pioggia, le estasi da bonaccia, le penniche da canicola e controra. Un pensiero in sintonia con la luce del sole, della luna e le sue ombre e col vento e il mare, che non sente sempre l'impellenza dell'azione essendo alieno al tipico bisogno nord europeo di rivalsa della ragione sul loro ambiente ostile attraverso il calcolo, la costruzione e la volontà di potenza, come sottolineava il filosofo Franco Cassano nel "Pensiero meridiano". 

 Albert Camus scriveva: "Non esiste coscienza che nelle strade! Si è amputato il mondo di una parte della sua verità, di ciò che costituisce la sua permanenza e il suo equilibrio: la natura, il mare. In realtà la strada non ha abbandonato la natura perche la rivive per esempio col mare e nel mare sia per contatto diretto che per la pesca, il bagno o per il mutar delle stagioni delle luci dei colori dei cibi dei pesci e degli Uccelli(...) Io sono nato povero sotto un cielo felice, in una natura con la quale si sente un accordo, non un'ostilità. Io dunque non ho iniziato con la lacerazione, ma con la pienezza (E, 380). La povertà per le vie di Algeri infatti non era sola, ma sempre accompagnata dalla luce, dalla sua capillare pervasività. Un'esistenza a metà strada tra la miseria e il sole, nella quale sono le radici della rivolta e della misura:«La miseria mi impediva di credere che tutto sia bene sotto il sole e nella storia; il sole mi insegnava che la storia non è tutto. Cambiare la vita, si, ma non il mondo di cui facevo la mia divinità. (RD, 8) Questa presenza del sole e della luce ha regalato a Camus la «felice immunità » dal risentimento e dall'invidia, la bellezza generosa della natura lo ha per sempre liberato dalle patologie della mimesi: "Laddove i beni più importanti riescono ancora ad essere beni pubblici, accessibili a tutti, lì è possibile controllare l'invidia: il bel caldo che regnava sulla mia infanzia mi ha privato di ogni risentimento. Vivevo in strettezze, ma anche in una specie di godimento. Mi sentivo forze infinite: si trattava soltanto di trovar loro un punto di applicazione. La povertà non ostacolava queste forze: mare e sole in Africa non costano niente. Se un ragazzo ha conosciuto una ricchezza per godere della quale non era necessario avere del danaro, se la bellezza lo ha aspettato all'angolo di ogni strada senza chiedere niente in cambio, allora egli è libero per sempre dall'universo claustrofobico dell'accumulazione delle ricchezze private: un felice vagabondare in luoghi illuminati da una luce di tutti che sta nei ricordi delle infanzie meridionali".

Rosa Ventrella, ha scritto: "Era per strada che sin da piccolo cercavo conforto. Il mio rifugio. Quando avevo voglia di trovare euforia, lontano dai silenzi mesti di mio padre e mia madre. Quando cercavo solitudine perchè sentivo mio fratello come una presenza troppo ingombrante. Ed era ancora per strada che mi riversavo con lui, quando invece la sua gioia di vivere mi penetrava come una promessa di felicità eterna. La strada mi accoglieva anche quando non sapevo ancora di cosa avessi bisogno, nella speranza che qualcun altro me lo facesse capire. Inseguivo le albe e i tramonti per le strade della città . Vi cercavo l'amore, trovato una volta e poi smarrito, o il sesso o nella migliore delle ipotesi entrambi, il conforto dai guai e i guai stessi". 

Due civiltà distanti il Nord e il Sud che dovranno in futuro cercare di fecondarsi a vicenda se vorremo un Europa davvero rappresentativa di tutti e non solo, come ora, dei paesi del Nord: un tempo spazio che contenga al suo interno la ricchezza delle sue contraddizioni culturali tollerandole e arricchendosene invece che zittirle con l'abuso di potere tecnologico economico e militare omogeneizzante. 

Attraverso questi racconti, il lettore viaggerà incontrando personaggi, luoghi e tematiche tante quante solo la strada, intesa come agorà luogo elettivo della Polis, può mostrare. Dal professore di filosofia al pescivendolo, dal gommista al poeta, dalla sarta parigina al pizzaiolo, da Mimmo il bombolaro alla maestra elementare e al vecchio armeno. E ancora falegnami, barbieri, parroci, bidelli, poeti, angeli, contadini, mummie, venditori ambulanti, soldati, bambini in bici, pugili, santi e musicisti. Le chiese, i castelli, il mare e le spiagge, i sotterranei e i teatri, gli autobus e i cinema, i cimiteri e i lungomari, i moli e le scuole, i treni, i cancelli e i muri da scavalcare, i negozi di strumenti musicali, i garage e i sottani, l’atelier delle sarte, le alcove e i mercati, la campagna e le masserie, i jukebox e la focaccia, le feste da ballo e le bande musicali di quartiere. La vespa e l’ape piaggio, la barca e la bicicletta, la batteria e la chitarra, i dischi e la minigonna. 
 Un universo di pensiero talvolta anche magico, fatto di estasi e stigmate oltre che da riti di trance e musica che si ricollegano, per la loro tipica diversa visione della coscienza e della soggettività meno egoica e unilaterale, agli antichi riti greci dionisiaci ed eleusini; un universo dove la navigazione web convive oggi pacificamente con un immaginario fatto di masciare, fantasmi della campagna, fate della casa e lupi mannari nei racconti di strada dei ragazzi. 

Lungo un ideale arco narrativo di vita che parte dall'infanzia e l'adolescenza e arriva fino all'età adulta e alla vecchiaia, il lettore incontrerà, sfogliando le pagine di questi racconti, l’eros e la morte, il mistero e la paura, il rischio e l’amore, le risate e i pianti, la storia e la poesia, la cucina e la musica. E li incontrerà lungo la strada, quel grande palcoscenico a cielo aperto e grande scuola di vita a tradizione orale che a Sud guarda da sempre all'Oriente e all'Africa.


IL SOGNO DEL NEONATO GESÚ di Guglielmo Campione.

 


William Adolphe Bouguereau (1825-1905) dipinse Gesú che dorme tra le braccia della Madonna col capo e l'orecchio appoggiati sul suo seno.
Una nativitá,quella di Bouguereau, in cui il silenzio prevale: niente pastori, angeli,visitatori ,trombe, solo silenzio e sonno.
Che sta sognando questo Divino infante in braccio a Maria, mi sono chiesto ?
Sogna, come un bambino umano comune, la prossima poppata o forse sogna
l' eden amniotico prenatale dove regnava il silenzio, come nelle profonditá marine, rotto solo dal battito ritmico sempre uguale quello del cuore di Maria e della sua voce?

Come nel poema " La voce a te dovuta" di  Pedro Salinas del 1933, un poema della memoria:
"Sì, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome,
se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, più in là, più oltre ti cerco".(7)

Non  dunque l'uso del nome che verrà dopo, non la vista dell'immago di Maria, il suo sorriso e lo sguardo, una vista ad occhi aperti e messa ben a fuoco che sará possibile dopo mesi di crescita: ma solo l'ascolto della sua voce e il battito del suo cuore(4) percepito standole in braccio con l'orecchio sul suo seno come nel dipinto di Bouguereau.
L'Eden amniotico sognato é questo Oltre indietro nel tempo in cui
risuona solo "la voce a Te dovuta" e il ritmico battito del cuoredella madre.

L'essere figlio di Dio rende diverso questo sonno da quello di tutti gli altri neonati nelle braccia della madre?
É un sonno in qualche modo giá abitato dalla sua "differenza" da tutti gli altri neonati , dalla premonizione della strage degli innocenti per esempio e da quella della sua missione e della sua morte precoce giá lí scritta, secondo l'interpretazione che vide la culla come prefigurazione Agostiniana della Croce?
O é un sonno in cui Gesú bambino torna al liquido amniotico Mariano, l’oceano introiettato nel corpo materno, dove l’embrione Gesú nuotava come tutti gli umani come un pesce nell’acqua ?
La metafora oceanica, l’oceano come simbolo dell’infinito, dell’unità in cui le molteplicità si dissolvono e gli opposti coincidono, diffusa in tutte le tradizioni mistiche descrive la scomparsa dei limiti dell’Io. Tra i mistici cristiani ricorre spesso l’espressione: ”Io vivo nell’Oceano di Dio come un pesce nel mare”. Essa definisce una condizione permanente di quiete, calma, silenzio interiore e di infinitá senza confini.(5)

Poiché la domanda che genera questo saggio  non é enunciata per ottenere una risposta storica o documentale che si é consapevoli di non poter mai avere, puó apparire come una domanda retorica.Tuttavia, oggi, alla luce delle conoscenza che abbiamo sulla mente neonatale, essa puó interrogarci più che
duemila anni fa quando vennero scritti i Vangeli.
Allora si riteneva che i bambini ,infatti, non avessero giá una mente e non si poteva in alcun modo farsi domande simili.

 Oggi possiamo chiedercelo.

Luca (2, 40),si accontenta di dirci soltanto che "il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui".
Luca poi narra (13,2.11-16) che Maria e Giuseppe portarono il Bambino al Tempio di Gerusalemme quara-nta giorni dopo la sua nascita, per «offrirlo» a Dio.(2) Qui si chiude ogni riferimento all'infanzia Cristica.
Al Tempio incontrano per la prima volta chi profetizza la differenza di questo neonato rispetto agli altri. Simeone  profetizza la sofferenza di Maria e la profetessa Anna, un'ottantaquattrenne vedova che si trovava nel Tempio, identifica anch'essa pubblicamente il bambino come Messia.

É stata la psicoanalisi di due millenni dopo a formulare per prima la realtá della mente infantile prenatale, peri natale e neonatale. (6)
I Vangeli sinottici hanno fatto di tutto per sottolineare la differenza dell'uomo adulto Gesú,più che sottolineare i suoi tratti umani pur presenti e che per noi restano tuttavia il modo per sentirlo piu vicino: le sue paure, la sua rabbia, l'angoscia della fine incipiente nelle sue ultime parole " Padre allontana da me questo calice" e "Padre perché mi hai abbandonato?" o le pagine del Getsemani per esempio
, in cui Gesú é angosciato e suda sangue, (una specie di ematoidrosi da somatizzazione , in cui verosimilmente in preda al panico, esperiva affanno, sudorazione intensissima, bruciori, alterazioni, cardiopalmo e dolore cardiaco, forti vertigini, tipici sintomi psicofisici di agonia spirituale)
(...)Essendo in agonia, egli pregava ancor più intensamente; e il suo sudore diventò come grosse gocce di sangue che cadevano in terra. (LC,22:43-44)

Queste pagine evangeliche non a caso furono al centro del dibattito teologico sulla natura umana o esclusivamente divina di Gesú .Secondo alcuni studiosi infatti esse sono addirittura sospette di essere  estranee al Vangelo di Luca: alcuni copisti avrebbero apportato tale aggiunta nel II e III secolo per umanizzare fortemente Gesú e contrastare la dottrina cristologica di un Gesù esclusivamente divino.

Per tornare alla mente del Gesú bambino, bisogna sottolineare come fa G. Ravasi,che i Vangelli sinottici non si soffermano sulle particolaritá dell'infanzia, se non negli appena 180 versetti dei cosiddetti "Vangeli dell'infanzia" di Gesù, nei primi due capitoli di Matteo e di Luca(2): si accontentano di dirci soltanto che "il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui" (Luca, 2, 40), al massimo informandoci,con Giuseppe, che "andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti:  Sarà chiamato Nazareno" (Matteo, 2, 23).
Luca poi (2,41-50) rappresenta l'unico episodio descritto dai vangeli circa l'adolescenza di Gesù dodicenne, in cui Egli si distacca dai genitori senza avvertirli,in certo qual modo disubbidendo loro,  e a loro insaputa inizia a seguire la sua strada intrattenendosi nel tempio di Gerusalemme con i dottori della Legge,meravigliati della sua conoscenza delle scritture, data la sua giovane età. Si sottolinea ancora una volta che Gesú, anche se era umano, non era come tutti gli altri umani.
Un episodio che racconta di una famiglia un po'strana,(i genitori,piuttosto distratti si direbbe, si accorgono addirittura un giorno dopo che Gesú non é con loro e ritornano al Tempio per cercarlo) imperfetta, ma proprio per questo piu vicina a noi,come sono tutte le famiglie umane.

Il lacunoso racconto del Gesú da bambino di Luca e Matteo, viene colmato solo dai racconti dei Vangeli apocrifi (8) che hanno ispirato tanta Arte Pittorica, in particolare dal Vangelo dell'infanzia di Tommaso e dal Vangelo dello Pseudo-Matteo (2). Sottolineano anch'essi la differenza del bambino Gesú da tutti gli altri bambini. Tuttavia essi sono, invece,a mio parere,  un'interessante testimonianza del fatto che ci si interrogava sin da allora sull'esistenza di un pensiero infantile di Gesú per quanto narrato in modo naive coerentemente con la mentalità dell'epoca.
Si tratta di un testo greco, giunto a noi anche in varie traduzioni antiche (siriaco, latino, georgiano, slavo, etiopico) dalla trama semplice ma sconcertante.(2)
Semplice, perché racconta atti e detti del piccolo Gesù tra i cinque e i dodici anni.Sconcertante in quanto ci offre un ritratto di Gesù come quello di un enfant terribile, capriccioso, arrogante persino coi suoi genitori.
Il catalogo di queste divine malefatte, che sono miracoli al contrario, è impressionante:  una paralisi, due morti e una cecità!
Paralitico diventa il compagno che aveva aperto un canale di uscita nella pozza d'acqua che Gesù aveva costruito, come fanno i bambini nei loro giochi; muore un altro ragazzo che l'aveva spintonato, ma si spegne anche il maestro che aveva bacchettato sulla testa questo scolaro inquieto; ciechi si ritrovano i compagni o gli adulti che non stanno dalla sua parte e lo accusano.
Sembra un bambino umanissimo che ,come tutti gli umani, vive la sua fase di onnipotenza infantile, in cui non dimostra empatia, non gli interessa quel che accade agli altri, è egoista, opportunista e superbo .
 Questo Gesú "apocrifo" , usa i suoi poteri sovraumani senza coscienza delle loro conseguenze.
È pur vero peró che il piccolo Gesù sfodera anche i suoi poteri divini risuscitando e guarendo, e vivificando anche dodici uccellini da lui plasmati col fango, rendendo potabile l'acqua di un torrente, aggiustando un asse per il lavoro del padre falegname
Giuseppe, rendendo impermeabile il manto di sua madre Maria per il trasporto dell'acqua, curando un morso di vipera del fratellastro Giacomo, moltiplicando il grano per i poveri, decifrando il segreto simbolismo della lettera greca alfa e così via elencando per un totale 
di 13 prodigi.
Il Vangelo dello Pseudo-Matteo riprende liberamente le due tavole narrative degli apocrifi su Gesú da bambino arricchendole di altri particolari inediti.( 2)

Su tutt'altro verso del ricordo sognato di quell'Eden infinito da cui il bambino Gesú proviene come tutti i bambini umani essendo vissuto in utero per nove mesi prima di essere partorito, c'é l'opposta leggenda ebraica dell'angelo che cancella al neonato il ricordo di quello che ha saputo in grembo. Noi oggi sappiamo che non é cosí.
Erri De Luca scrive che
"La leggenda sembrerebbe volerci dire che c’è da svuotare il sacco prima di nascere.
I bambini dentro la placenta sanno tutto il passato,le lingue,le avventure,pericoli e  mestieri.
Il loro  scheletro è diventato pesce ,rettile, uccello prima di fermarsi all’ultima stazione umana.
Lo sforzo di espulsione dal corpo della madre fa dimenticare tutto.
La rottura delle acque apre un varco che subito dietro si chiude dopo il tuffo nel vuoto.
Cosi è il mondo per chi viene da un grembo .
Il salto nell’asciutto produce azzeramento di tutta la sapienza accumulata nel sacco di placenta, si attecchisce forse meglio sulla terra dimenticando l'acqua da cui si proviene.
Sará spiaciuto anche a Gesú bambino dolorosamente non ricordare com’era stato al centro del corpo di Maria tra le ossa del suo bacino , le vertebre sotto il dondolo del respiro e i passi sulle scale in sintono col battito del cuore.
Che perdita passare a carne umana,risalire le epoche del corpo e giunto al culmine sull’orlo della soglia dimenticare tutto". (1)
Ma il corpo in realtá  ricorda piu della mente e del suo archivio nella memoria esplicita.
É quella che in psicoanalisi Mauro Mancia ha definito memoria implicita e che passa attraverso la prosodia, il tono e il ritmo della voce e del battito (4). Ancora una volta ,"La voce a te dovuta", non le sua parole ma il suo suono puro.
Un tempo era trascorso anche per Gesú dentro Maria.
Poi fuori di lí era cresciuto "presso" di lei".
E che dire del modo con cui Maria ha vissuto tutto questo ?
"Cristo è suo figlio, carne della sua carne e frutto delle sue viscere. Ella lo ha portato nell'utero per nove mesi e lo allatta al seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio.Ella sente al contempo che Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che egli tuttavia è Dio. Ella lo guarda e pensa: “Questo Dio è mio figlio. 
Questa carne divina è la mia carne. 
Egli è fatto di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia.
 Egli mi assomiglia. È Dio e mi assomiglia!”. Nessuna donna ha avuto in questo modo il suo Dio per lei sola. 
Un Dio piccolissimo che si può prendere tra le braccia e coprire di baci, un Dio tutto caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e vive(3).

Un piccolo bambino che sogna il Paradiso dell'Eden da cui tutti veniamo e dove torniamo.


NOTE

1.
De Luca E. “E disse”, Feltrinelli , 2011

2.
Ravasi G :  http://www.cultura.va/content/cultura/it/organico/cardinale-presidente/texts/Linfanzia.html

3
Sartre J.P., in "Bariona o il figlio del tuono" ,Testo teatrale, 1940.

4
Mancia M., Sentire le parole,archivi sonori della memoria implicita e musicalità del transfert, Bollati Boringhieri.

5
Campione G., Le comuni origini amniotiche della musica e della mistica , https://statidellamente.blogspot.com/2011/10/le-comuni-origini-amniotiche-della.html?m=1

6
A.Imbasciati ,Psicologia clinica prenatale babycentered, F.Angeli,2020

7
Pedro Salinas,
La voce a te dovuta",1933. 

8
Vangeli apocrifi, Einaudi.



Dalle pitture del Cantico alle sculture del Mistero. Frate Tarcisio Manta e Piero Ragone.




La poesia della conversione e la gratitudine delle metamorfosi.


Provate a immaginare un percorso che dal dolore vi porti alla trascendenza. Oppure a dare corpo a qualche precisa sensazione che vi abita ma che non riuscite mai a vedere. O solo a definire.

Una qualche risposta che vi può avvicinare a queste possibilità la trovate, fino al 15 novembre, in una mostra allestita al Polo della cultura del Museo Archeologico Provinciale di Potenza. Il titolo è “FRANCESCO dalla sofferenza alle laude per il creato”. E’ una doppia esposizione che mette in rapporto (libera-mente) un ciclo di dipinti in tecnica mista di frate Tarcisio Manta – ispirato dal Cantico delle Creature di S. Francesco – e 20 sculture in tufo e pietra leccese di mia fattura (una sintesi di una esperienza da autodidatta degli ultimi 20 anni).

A propiziare questa iniziativa è il reciproco impegno a trovare fondi per finanziare le attività medico chirurgiche che Emergency offre da 30 anni alle vittime di guerra, della povertà e dell’emigrazione. Principalmente all’estero, ma anche in Italia. Già 12 anni fa i dipinti furono esposti nella chiesa di S. Michele e successivamente a S. Maria, sancendo un parallelismo che fu titolato “Dal Cantico ad Emergency”, ad indicare le similitudini religiose e laiche che appartenevano ai loro protagonisti.






I frutti di quella esperienza motivarono padre Tarcisio a donare i 18 dipinti all’allora gruppo Emergency cittadino, di cui ero coordinatore. Lo scopo rimaneva quello di rendere disponibili i quadri per attivare altri gesti di solidarietà. Diversi tentativi messi in atto in oltre 10 anni non hanno però dato soluzione a questa scelta. Ora però, nella nuova veste espositiva, sta riprendendo vigore l’obiettivo che, insieme ad un’azione di acquisizione del ciclo pittorico, si associ l’opportunità di poter permanentemente offrire alla visione pubblica l’intera raccolta. A istituzioni ed enti pubblici è rivolto l’appello a trovare un contenitore che ospiti la mostra. Ad un pool di privati ed estimatori dell’opera di padre Manta è rivolta la sollecitazione a prendere parte, con un contributo economico significativo, al progetto di acquisizione. Ovviamente l’intero ricavato verrebbe versato all’associazione fondata da Gino Strada.

All’inaugurazione della mostra si è registrata una partecipazione corale della città, in segno di stima e di affetto per il nostro francescano, ormai 88 enne, ma anche di tanti ospiti: dalla responsabile nazionale dei volontari di Emergency Paola Feo al dirigente della Provincia (che ha dato il suo patrocinio) Enrico Spera. Con il fumettista Giulio Laurenzi hanno dialogato gli autori, mentre alcuni contributi filmati raccontavano gli innumerevoli interventi di arredi sacri, vetrate, mosaici, bassorilievi realizzati da frate Tarcisio in Basilicata, Campania, in Italia e in Brasile.

Molto apprezzato dai visitatori l’allestimento e il dialogo tra le opere proposte. Quelle ricche di emozioni e energia di Francesco con frate foco, sole, luna e stelle, vento, matre terra e sora morte, da un lato, e i conci di ricerca introspettiva nelle vene e nelle inclusioni fossili del tufo, con sviluppi simbolici e relazionali attraverso le sfere e le tracce geologiche millenarie messe a nudo.

Si può contribuire alla raccolta fondi pro Emergency acquistando le opere originali, le loro stampe o il prezioso catalogo illustrato con interessanti recensioni di padre Carlo Paolazzi (tra i maggiori esperti di fonti francescane), dello psicanalista Guglielmo Campione e di don Gerardo Messina.

Per i contatti: tel. 347.8467282 – pragone@hotmail.it, evento facebook: FRANCESCO dalla sofferenza alle laude per il creato.

Piero Ragone


Frate Tarcisio Manta : “OLTRE LA LODE di Piero Ragone


Non credo abbia bisogno di parole la pittura di padre Tarcisio Manta, per come si propone: esplicita e decisa.

Parla da sola e non richiede ulteriori mediazioni. 

E’ semplice e diretta.

 Ma pur nella sua essenzialità, non si limita alla rappresentazione, alla citazione, tantomeno alla celebrazione. 

E’ un’opportunità espressiva che fa della comunicazione non un consumato passaggio canonico o rituale, ma una possibilità di scambio assolutamente non convenzionale, né unidirezionale.

 La forza assertiva degli elementi scelti e messi in gioco, di volta in volta, è chiara e aspira ad essere leggibile per chiunque. 

Non per questo si ferma all’apparenza.

 Va oltre.

Interroga chi guarda non solo sul piano della riconoscibilità della figura o della disposizione paesaggistica, ma lo scuote sulle corde delle emozioni.

 Il colore prende il sopravvento e assume la funzione di stimolatore di incursioni interiori. 

Non solo, quindi, percorsi mentali o della ragione, ma libere sollecitazioni indirizzate a territori ben più profondi. Destinazioni oltre che spirituali, aperte a sensibilità non sempre facili da raggiungere. E che insistono tanto sulla sfera della condivisione che su quella del privato, se non del misterioso e dell’ignoto. 

Forme e disegni, diffusamente abbozzati su ogni tipo di superficie cartacea, evolvono verso corpi e volumi dai tratti più marcati. Le cromie campeggiano generosamente, diffondono luce, dispensano energia. Inebriano di vitalità uomini e cose. 

Il miracolo del creato si rinnova e si fonde ai sentimenti delle persone, anche quando non si presentano sotto le vesti di beati, santi o Cristi. All’umiltà, agli stenti, alla compassione, specie nel caso di Francesco d’Assisi, padre Tarcisio associa una più universale visione del mondo, dei valori etici e della condizione umana che esclude privilegi, ipocrisie, seduzioni quali dirette emanazioni di forze e poteri, temporali o occulti che siano. Cattolici, politici o laici, non fa differenza. 

Il senso della vita, per lui che ha incontrato la guida della fede, è diventato un tutt’uno, sia nell’offerta di servizio che prova ad assolvere, sia nell’immaginario artistico, così concreto e caratterizzato da essere inconfondibile. 

Perché se sulla figura si concentrano i crucci, le angosce, i pesi e le incertezze nel nostro tempo – tanto da piegarne stabilità e resistenza – sulla sua messa in relazione con l’ambiente e gli affetti si giocano le possibilità di un futuro sempre più a rischio. 

Ma su questo la pittura, come anche la scultura, le vetrate e tutta la generosa produzione artistica di padre Tarcisio, non solo quella a tema religioso, non lascia dubbi. Né coltiva titubanze. 

Le indicazioni sono precise. Conoscenza, esperienze, cultura, con le loro criticità, non riescono a precludere la via della speranza e dell’armonia. Queste ultime appartengono ad un ordine superiore. Ad affermarlo sono l’ancoraggio ai simboli e agli archetipi. Salde cerniere su cui lo spazio e la qualità del vivere umano possono assumere le tinte che vogliamo. Magari affrancandosi dalle costrizioni del reale e del risaputo. Con  la spinta del coraggio e dello stupore grazie alle quali, nonostante tutto, il mondo trova ancora la spinta per “girare”. Per questo ogni alito di vita o di natura, si conferma segno di un creato in cui l’uomo ha ancora un suo posto e un suo ruolo. Che difficoltà e drammi, dolori e patimenti non possono offuscare.

 Una dimensione in cui anche la morte, francescanamente intesa, non è fine o sconfitta, ma semplicemente tappa di un sentire che ci rende tutti uguali e “fratelli”. Di qui il grazie al Creatore. Di qui l’identificazione col sacrificio del Figlio e di Francesco. Di qui l’amore per la Verità. E forse il turbamento, che non lascia mai solo padre Tarcisio. 

La ricerca, di dare voce alla sua testimonianza di ascolto e di risposta, nutrita dal “dono” che lo ha voluto frate del colore e interprete della materia, un po’ in disparte e quasi irriverente, ma libero e consapevole della sua unicità. 


Piero Ragone

(“Dal cantico ad Emergency”,  Chiesa S. Michele, via Rosica Potenza 16 al 24 giugno 2012)


Catalogo della mostra di pittura e scultura: Francesco d'Assisi:dalla sofferenza alle laude per il Creato (Frate Tarcisio Manta e Piero Ragone).24.9.2024 Museo provinciale di Potenza. Saggio di Guglielmo Campione..





Di due artisti cosí diversi per studi, ruolo professionale e religioso, tecnica artistica, materiali, colori, stili, richiami teologici e letterari o psicologici e introspettivi, é compito arduo scrivere.

Entrambi figli della magica millenaria Terra Lucana, giá affrescata nei suoi ipogei dai monaci Basilani Bizantini in fuga dal furore iconoclasta dell'imperatore Leone III di Costantinopoli prima del X secolo e attraversata da un arcaica spiritualitá pur non cristiana di derivazione greco pagana, come testimoniato dalla ricerca antropologica internazionale, Padre Tarcisio Manta, Frate,  Sacerdote cristiano cattolico e pittore e Piero Ragone, giornalista Rai e direttore tecnico del montaggio video per 40 anni , scultore di pietra geologicamente antica, condividono nelle pur evidenti diversità di estrazione, età, competenze, tecniche e soggetti della rappresentazione un comune anelito alla ricerca spirituale interiore e introspettiva che si fa Arte.

Questo comune passaggio della ricerca artistica attraverso lo Spirito e dello Spirito attraverso l'espressione artistica di entrambi , é un motivo indubbiamente valido per dare ragione di una mostra pubblica comune e unificata dal luogo di appartenenza in senso culturale, e dal locus stesso dell'esposizione.




Di Padre Tarcisio Manta ebbi giá a scrivere anni orsono quando ebbi la possibilitá di vedere i suoi affreschi pittorici del Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi, di per sé documento storico artistico  importantissimo in quanto considerato la piú antica opera poetica della Letteratura italiana di cui si conosca l'autore. La Divina commedia venne redatta infatti solo successivamente dal 1304/07 al 1321, mentre il Cantico fu composto intorno al 1224. Secondo una tradizione, la sua stesura risalirebbe a due anni prima della morte di Francesco, avvenuta nel 1226 anche se pare piu probabile che sia stata scritta in tre momenti diversi. 

Come sottolinea Chesterton, Francesco ha anticipato tutto quanto vi è di più tollerante e largamente condiviso nella mentalità moderna: l’amore per la natura, l’amore per gli animali, il senso di solidarietà sociale, il senso di pericolo che la prosperità e il possesso rappresentano a livello spirituale.

 Tutti temi ripresi da Papa Francesco nell'Enciclica” Laudato sii “, che a mio parere va considerato il più completo importante testo di analisi storico sociale e spirituale del nostro tempo , anche in campo laico, dopo il concilio ecumenico Vaticano secondo voluto da Papa Giovanni XXIII.

D'altronde sin dalla sua origine, la Teologia ascetica Francescana ispirò l'arte figurativa e letteraria e venne percepita nella sua rivoluzionaria grandezza tanto da riflettersi ben presto nella pittura di Giotto e nella poesia di Dante, cosí come nelle sacre rappresentazioni che stanno alla base della moderna drammaturgia. 

Del ciclo pittorico del Cantico di Padre Tarcisio Manta scrissi che le principali cifre distintive e originali della rappresentazione di Francesco che mi avevano impressionato erano il capo chino, il sorriso equanime e la posizione delle mani, in evidente risalto su tutto, del suo FFrancesco. 

É necessario premettere che si tratta solo di mie considerazioni di studioso che non hanno nessun intento eretico né dissacratorio o provocatorio a riguardo delle opere di Padre Manta e della figura del nostro adorato Santo Francesco ma al contrario intendono semplicemente sottolineare quanto il suo messaggio abbia  un valore semmai ecumenico e universale e quanto arrivi lontano il suo messaggio mistico di fratellanza al di lá delle differenze fra culture e credo religiosi del mondo.

 Le mani sono “l’organo degli organi” come le definì Aristotele : un’espressione questa che ben descrive la particolare caratteristica della mano di essere oggetto metamorfico costantemente in potenza (nell’accezione Aristotelica del termine), capace cioè di trasformarsi nell’immediato, in atto. La potenza del suo tatto hanno in sé l’universalità del movimento, capace di potersi inserire nell’infinito utilizzo di oggetti predisposti dalla natura. 

D'altro canto pensiamo come sin dalla nascita veniamo presi, afferrati, tirati, messi a contatto dall’esterno con la pelle di chi ci ha messo al mondo, che diventerà, nel migliore dei casi, un luogo d’amore e nutrizione. E ancora, gli strumenti da cui riceviamo le prime carezze e gesti d’affetto sono le mani, i mezzi che ci introducono nella dimensione del reale, che danno accesso alla particolarizzazione dell’affettività e all’identificazione di gesti simbolici e che possono creare o distruggere il mondo.

É grazie alle mani e ai movimenti pratici messi in atto da esse che il pensiero si rende a noi manifesto. Spesso la mano sostituisce persino la parola stessa. Pensiamo, per esempio, all’importanza del linguaggio dei segni, utilizzato con e tra le persone con sordità e/o mutismo. 

Le mani poi ci svelano il “dietro le quinte” del nostro pensiero, quando mediante un atto volontario vogliamo intervenire nel mondo. Esse sono un canale diretto del pensiero: Kant definì le mani come “la finestra della mente”. Ogni emozione provata dall’essere umano è accompagnata da una gestualità, da un movimento specifico della mano e, pertanto, quest’ultima rappresenta un accesso diretto alla mente dell’individuo.

La cultura religiosa Budista e induista ha addirittura codificato  una serie di posizioni delle mani attribuendole significati diversi di gesto simbolico o rituale: i Mudhra, la maggior parte eseguiti in particolare con palmo e dita che assumono determinate posizioni.

L’Abhaya Mudhra in sanscrito significa “assenza di paura”, ed è il nome di una delle più importanti mudrā, gesti o atteggiamento raffigurati nelle immagini divine.

Il gesto è fatto con la mano destra alzata con il braccio piegato ed il palmo rivolto verso l'esterno. 

É questo, al di lá delle intenzioni coscienti del pittore Padre Tarcisio, un gesto coraggioso che simboleggia la pace e l’atto di dissipare la paura ad ogni livello che ricorre nelle sue rappresentazioni Francescane. Va tuttavia certamente considerato che il mostrare il palmo delle mani ha in Francesco un innegabile riferimento alle stigmate che ricevette in estasi sulla Verna.

Si tratta , a mio parere ,comunque, di un gesto molto antico, usato come segno di buone intenzioni. L’atto di mostrare la mano alzata e disarmata, indica ed evoca la pace e la calma.

Nell’arte Gandhara questo gesto per esempio è stato usato per indicare l’atto della predicazione e una leggenda narra che il Buddha un giorno incontrò sul suo sentiero un elefante infuriato e non appena gli mostrò l' Abhaya mudrā l’animale subito si calmò.

L'Universalitá di tale gesto , é sorprendente se pensiamo all'incontro di Francesco con il lupo per esempio o a come Padre Tarcisio pone quasi sempre le mani di Francesco aperte col palmo rivolto a chi osserva.

Dobbiamo pensare che quando, al contrario, le mani esprimono distruzione, i suoi gesti manifestano chiusura, costrizione, durezza. Il palmo in questi casi si chiude e non lascia spazio a possibili aperture. L'enfasi posta sui palmi aperti di Francesco assume oggi anche un monito al paradosso del nostro tempo in cui le mani, che per eccellenza creano relazioni, capaci di toccare corpi, esprimere delicatezza, vicinanza, conforto e anche il loro contrario, attualmente si pongono, invece, come i mezzi per alimentare una distanza, venendo usati solo per toccare schermi di computer e telefoni. Un’atrofizzazione emotiva che ci spinge ad accontentarci del sentire a distanza invece che il sentire attraverso il nostro tatto.


Il secondo aspetto del Francesco di Padre Tarcisio, é quello che io chiamo sorriso equanime.

Per equanime intendo soprattutto il suo aspetto di equità e misura  che riflette una mente e un cuore calmo contrapposti alla smorfia labiale dell'iniquità, parzialità e faziosità riflessi di una mente e di un cuore arrabbiato e arrogante. 

Come scrive Fabrizio Giuliani l'equanimità è una delle emozioni più sublimi della pratica buddista.

È il protettore della compassione e dell'amore. 

Mentre alcuni possono pensare all'equanimità come espressione misurata segno di freddo distacco , l'equanimità matura produce invece un calore dell'essere una mente senza ostilità e malevolenza. 

La parola "equanimità" traduce infatti due parole indiane Pali separate : upekkha e tatramajjhattata.

Upekkha significa "guardare sopra”, deriva dal potere dell'osservazione, l'abilità di vedere senza essere catturati da ciò che vediamo, dandoci un grande senso di pace.

Upekkha é anche vedere un'immagine più grande, "vedere con pazienza", "vedere con comprensione". Ad esempio, quando sappiamo di non prendere parole offensive personalmente, siamo meno propensi a reagire e rimaniamo a nostro agio o equanimi. 

Tatramajjhattata é "stare al centro di tutto".  "Essere nel mezzo" si riferisce all'equilibrio, al rimanere centrato nel mezzo di qualsiasi cosa stia accadendo. Questo equilibrio deriva dalla forza interiore o dalla stabilità. La forte presenza di calma interiore, benessere, fiducia, vitalità o integrità può mantenerci in posizione verticale nonostante le avversità del mondo e nostre interne. 

L'equanimità è d'altro canto una protezione dagli "otto venti del mondo": lodi e biasimo, successo e fallimento, piacere e dolore, fama e discredito. Diventare affezionati o eccessivamente esaltati dal successo, dalla lode, dalla fama o dal piacere può essere un assetto per la sofferenza quando i venti della vita cambiano direzione. Ad esempio, il successo può essere meraviglioso, ma se porta all'arroganza, abbiamo più da perdere nelle sfide future. Divenire personalmente investito in lode può tendere alla presunzione. Identificandoci con il fallimento, potremmo sentirci incompetenti o inadeguati. Reagendo al dolore, potremmo scoraggiarci. Se comprendiamo o sentiamo che il nostro senso di benessere interiore è indipendente dai cosiddetti otto venti, è più probabile che rimaniamo fermi e centrati su di noi.


Il terzo elemento, caratteristico della rappresentazione di Padre Tarcisio é il capo chino di Francesco, piegato, quasi mai dritto. Mi ha fatto pensare, da medico, al chinarsi che è il gesto supremo della Clinica, il cuore della Clinica:  clino è infatti in latino mi piego , mi inchino , mi abbasso , annullo differenze di posizione e statura ponendo la relazione su di un piano cooperativo orizzontale . 

Come diceva Garcia Marquez, i cui racconti coloritissimi di rutilanti emozioni vitali ricordano per altro i colori vivacissimi e indios delle tavole di Tarcisio Manta , "ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare dall'alto in basso un altro uomo solo per aiutarlo a rimettersi in piedi ". 

Un comune atteggiamento clinico di cura del cuore , che nasce dalla tolleranza , dalla compassione e non dal giudizio e dalla condanna di guerra e violenza, di padre Tarcisio e San Francesco ,cosí urgenti oggi di fronte ai massacri palestinesi e alle perdite israeliane, russe, ucraine, sudanite, yemenite.

Anche Carlo Paolazzi scrisse che "Frate Francesco appariva nei dipinti di Tarcisio in atteggiamento estatico e contemplativo, con gli occhi chiusi e le braccia e le mani aperte ad accogliere ed abbracciare, nota umana che si fonde e si armonizza con il canto dell’intera creazione. E l’immagine di Francesco “fratello”, che nel Verbo creatore e incarnato vive la solidarietà universale, appare anche nei dipinti legati non al Cantico, ma ad altri momenti significativi dell’esperienza religiosa del Poverello di Assisi: le tavole del Conforto del lebbroso (n. 13), del Crocifisso che gli parlò (n. 14), dell’Abbraccio della croce con Chiara (n. 15), della Perfetta letizia (n. 1), della Pace (n. 7), delle Stimmate (n. 6).

Paolazzi scrisse anche d'uno stupore contemplativo del Francesco dipinto da Padre Tarcisio, forse riferendosi agli artisti che "sono i servi di Dio, i suoi giullari che devono commuovere il cuore degli uomini ed elevarlo alla gioia spirituale”.



PIERO RAGONE 





Anche delle opere scultoree di Piero Ragone ho avuto modo di scrivere piu volte soffermandomi ogni volta su aspetti diversi che man mano andavano formando in me pensieri nuovi superando l ineffabilita apparentemente muta della pietra tufacea in assenza di colori. Un processo che ricorda quanto affermava lo psicoanalista anglo indiano Wilfred R. Bion a riguardo della formazione dei pensieri ma anche Gesú quando diceva che la pietra grezza diventerá pietra d'angolo, chiave di volta di tutta la costruzione : la percezione dei sensi, cosí come il materiale dei sogni e le emozioni sono pietra grezza ( elementi beta secondo Bion) che la cosiddetta Funzione mentale alpha trasforma in pensieri. La funzione Alfa svolge per la mente una funzione analoga a quella che l'apparato digerente svolge per il metabolismo del corpo. È la funzione materna per eccellenza che permette attraverso misteriose intuizioni di dare parola ai diversi suoni del pianto ,per esempio, in tal modo gettando le basi della prima alfabetizzazione emotiva. 

Una Trasformazione della materia Psichica primariamente e arcaicamente ineffabile , come nell'inconscio non rimosso di cui scrisse Mauro Mancia,che si fa parola e nel caso della scultura di cui stiamo parlando , una forma artistica parlante.

Le sculture di Piero Ragone sanno di mistero ,di un mistero trasformativo.

Di una fatica di mani e unghie entusiaste (ενθουσιασμός) che parrebbe rischiosamente inutile nello scavare la pietra dura o piu friabile che la ragione direbbe essere solo un disordinato conglomerato calcareo figlio di stratificazioni casuali millenarie.  Invece lo scultore, guidato dal suo coraggioso intuito del Mistero lí racchiuso, alla fine lo scopre e lo mostra.

Talvolta é un lavoro di sottrazione in negativo e non di apposizione e aggiunte, come Michelangelo per primo svelò. 

Particolarmente celebri ricordiamo i suoi Prigioni fiorentini che proprio dal loro stato non-finito traggono una straordinaria energia, come se fossero colti nell'atto primordiale di liberarsi dal carcere della pietra grezza, in un'epica lotta contro il caos. I Prigioni fiorentini, in diversi stati di finitura, permettono di approfondire la tecnica scultorea che avviava il blocco tirando innanzitutto fuori la veduta principale e poi completando il resto scalpellando via il materiale circostante. 

La diversa forma e consistenza della pietra tufacea dolce friabile ma intrisa di inclusioni, di altre misteriose gravidanze geologiche e della pietra leccese, più consistente e resistente ma più povera in inclusioni, testimonia della loro indistinta accoglienza da parte di Ragone come potenziali scrigni del Mistero e della sua consapevole non accettazione di esse come materiale di scarto perché in ognuna alla fine dello scavo puó manifestarsi una  nuova Epifania.

In questo amore rispettoso verso la povertá della Pietra e verso la scarto, di cui Ragone mostra al contrario la bellezza e la fecondità,  c'é tutta la sua vicinanza a Francesco e a Tarcisio Manta.

Questo é ció che ho percepito dinanzi a quella che per metodo ho definito produzione informale di Ragone in opere come "Scavo interiore, Identità celata, Inconscio, Erosione, Memoria implicita, Fremiti, Ricerca dell’io, In coscienza, Cilicio". 

In altre opere è evidente una diversa tecnica , più aggiuntiva e appositiva connessa ad un diverso stato mentale dello scultore, orientato alla costruzione formale meno arcaica e piu definita di simboli, come la ricorrente sfera , il triangolo, le ali, la croce, che hanno piu sapore metafisico ed enigmatico esprimendo l'essenza intima della realtà cosi come la vede Ragone, una realtà che viene da lui interpretata più che descritta, anche quando sembra assumere forme naturalistiche.

É questo il caso di  "Medium, Bios, Genesi , In bilico, In sieme, Diapason, Volo dell’ angelo, Sto come sfera , Pro creazione, Gemmazione, Unione, Rotazione,Buco di memoria, Principio dell esonero e Paradigma del sé".

In queste opere é all'opera un Ragone meno “archeologo” e più “artista concettuale”che scopre fenomenologicamente il liscio e il rugoso, il cavo e il pieno della pietra e ne fa, junghianamente e Taosticamente metafore del maschile e del femminile, del chiaro e dello scuro. Egli scopre la relazione fra numeri e simboli, i conflitti e le lacerazioni inconsce con l' Anima e l'Ombra, dentro la pietra, dentro di sé e tra sé e il mondo. 

L’Ombra, per Jung è una parte della personalità e raccoglie tutti quegli aspetti che non si desidera conoscere e che si è propensi ad attribuire agli altri: è la nostra ombra che vediamo negli altri, che proiettiamo al di fuori di noi stessi, non accettandola e scindendola. Conoscere la propria Ombra, questo alter ego negativo, serve ad evitare di dividere il mondo in bianco e nero, in io “buono” e mondo “cattivo”, a renderci più disponibili al dialogo e all’autocoscienza.

L’Anima, è, per Jung, la parte inconscia femminile nell’uomo, portatrice di una serie di caratteri legati all’irrazionalità, alla sensibilità e al sentimento della natura e da essa dipende il modo con il quale l’individuo si rapporta proprio col femminile.

Fellini, che era stato in analisi con Ernest Behrnard, citando Jung, disse che era molto interessato al rapporto che l'uomo ha con la propria parte femminile, come fosse una parte oscura in cui spesso teme di veder naufragare la luce della sua lineare razionalità e che invece una volta conosciuta ,non più temuta e combattuta, può integrare in sé, diventando un essere completo. L'essere umano trova così la propria strada per la realizzazione personale, divenendo realmente individuo, dotato di una propria peculiare personalità. 

Nelle opere "Medium, Bios, Genesi In bilico, In sieme, Diapason, Volo dell angelo, Sto come sfera , Pro creazione, Gemmazione, Unione, Rotazione, Buco di memoria, Principio dell’esonero e Paradigma del sè" , é possibile vedere giustappunto questo lavoro di ricerca e di scoperta di Ragone più psicologica e concettuale che pare anelare sempre alla ricomposizione finale delle dualitá nella totalitá Platonica della sfera, cosí ricorrente nella sua produzione e vicina al senso religioso dell’Ut unum sint.

Scrivendo di mani umani potentemente trasformative e creative, quelle di Padre Tarcisio e Piero Ragone, non posso che chiudere questa mia riflessione con le parole di Papa Francesco, nella Preghiera Cristiana con il Creato, con cui si conclude la sua meravigliosa Enciclica “ Laudato sii” :

Ti lodiamo, Padre, con tutte le tue creature, che sono uscite dalla tua mano potente. 

Sono tue, e sono colme della tua presenza e della tua tenerezza.

 Laudato si’!


Bibliografia 

G.Campione , https://guglielmocampioneracconti.blogspot.com/2018/02/il-francesco-di-tarcisio-manta-nel.html?m=1

G.Campione, https://guglielmocampioneracconti.blogspot.com/2022/12/ilmistero-sacro-della-pietra-di-scarto.html?m=1

Moreau, J. (1973). Aristotele, Opere biologiche, a cura di Diego Lanza et Mario Vegetti (Classici della Scienza, n° 16), 

Kant, I., Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, 1996. 

Poggi, I., & Caldognetto, E. M., Mani che parlano: gesti e psicologia della comunicazione, Unipress, 1997 

F. Giuliani ,Equanimitá , https://fabriziomeditation.com/it/pages/libri-suggeriti

Carlo Paolazzi" ll Cantico di frate Sole, parole ed immagini di Tarcisio Manta"Edizione ad uso privato, Mezzolombardo 2015. 

Fellini F, intervista televisiva, Teche Rai ,1965

W.R.Bion “ Apprendere dall”esperienza, Armando editore.

Jung.C.G, Psicologia dell’Inconscio,Boringhieri.

Mauro Mancia in Giuseppe Craparo e altri "Inconscio non rimosso e memoria implicita. Dialogo tra psicoanalisi e neuroscienze"








Recensione di FULGENZIA CUORE DI BOSCO della prof.ssa Carmen Tantone, docente di lingua Francese a Milano e autrice di un recente libro su Albert Camus e Lalla Romano.






Nel suo romanzo storico di recente pubblicazione "Fulgenzia cuore di Bosco",  Guglielmo Campione delinea una storia coinvolgente, appassionante, romantica e allo stesso tempo reale. 


La vicenda della giovane Fulgenzia si snoda in Puglia, in un contesto storico ben preciso: gli anni del brigantaggio, fenomeno ancora oggi analizzato con superficialità e approssimazione, spesso ai margini nei nostri libri di storia.

Dopo la cacciata dei Borbone dall’Italia meridionale, la popolazione realizza ben presto che le sue condizioni di vita, con l'Unità d’ Italia, non sono affatto migliorate; i veri protagonisti di questa società permangono i ricchi proprietari terrieri. Di conseguenza, contadini delusi, disoccupati, soldati del disciolto esercito borbonico, giovani fuorilegge, si ribellano contro lo Stato italiano formando delle bande armate. Vengono chiamati "briganti" le cui azioni di guerriglia rappresentano una protesta contro la miseria secolare, le ingiustizie ed il nuovo governo che pesa sul popolo in maniera ancora più gravosa rispetto a quello precedente. Nell'arco di un quinquennio, circa cinquemila briganti vengono uccisi o condannati a morte e altrettanti arrestati. Gli interventi delle forze dell’ordine e dell’esercito italiano eliminano il brigantaggio come fenomeno di massa ma non rimuovono le cause di quella che già allora comincia ad essere denominata “Questione Meridionale”, che comincia proprio da qui, dal fallimento della politica sabaudo/piemontese, incapace di avviare un processo di fusione tra l'Italia del Sud e l' Italia del Nord. Si tratta di un'unità forzata, incapace di risollevare le sorti delle popolazioni del Mezzogiorno e di consolidare un'espansione economica e culturale segnando per sempre un divario. 


E' stata un'occasione mancata, che pesa ancora oggi sulle condizioni poco privilegiate delle genti del Sud, le quali tentano di ritrovare nelle proprie radici, nel loro passato, una sorta di riscatto del Mezzogiorno.

 Il loro passato è quello della Magna Grecia, caratterizzata da un rinnovamento culturale; i Greci trasferiscono, sulle coste meridionali italiane, il loro modello di vita, il più avanzato ed emancipato delle società mediterranee. A loro si devono l'invenzione dell'alfabeto, la prima coniazione delle monete, l'introduzione delle colture della vite e dell'olivo così come la produzione artistica di ceramiche e di sculture. Vi nascono fiorenti città (le poleis greche), centri di eccellenza di arte, letteratura, filosofia, ingegneria ed architettura. 


Si tratta della Grecia così amata ed ammirata dallo scrittore franco algerno Albert Camus, vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1957. Proprio lui, che aveva direttamente vissuto e conosciuto l'estrema povertà e lo sfruttamento del suo popolo algerino da parte dei coloni francesi, individua nella cultura greca, le basi della felicità umana attraverso l'equilibrio e la giusta misura, che si contrappongono ai totalitarismi e agli irrazionalismi contemporanei.


"Fulgenzia cuore di bosco" è un romanzo in cui si coglie e delinea la grande storia che a sua volta ingloba le storie della gente comune, quelle storie che non leggeremo mai nei libri ma che caratterizzano e valorizzano il vissuto di ogni epoca come ci ha insegnato Jacque Le Goff.


E' la storia di Fulgenzia, e delle sue due famiglie, quella nobile ma adottiva, e quella biologica popolare , dunque di quei detti e non detti alla base di tutte le dinamiche familiari fatte di segreti, complicate ed impossibili da scardinare.

 Fulgenzia, giovane donna intelligente, determinata e passionale, riesce, però, a distaccarsene, ad emanciparsi, a fare delle scelte di natura politica e personale, valorizzando la sua libertà e le sue capacità, cosa molto rara per una donna  della sua epoca. 

Lei ci riesce, sa distinguersi!!


La sua condizione di figlia adottiva, che impara ad interrogarsi sulla verità ed i segreti e a conoscere più a fondo se stessa, ci conduce verso un'attenta riflessione su un tema, oggi, molto presente e dibattuto, quello dell'adozione .Le dinamiche e l'impatto psicologico, che ne conseguono, rappresentano elementi di uno studio profondo e paziente, intrapreso da uno psicoanalista esperto ed empatico, quale Guglielmo Campione.

Ho trovato questo romanzo.profondamente attuale, pur essendo ambientato nel 1861, poiché offre molteplici chiavi di lettura psicologica, antropologica e storica e diversi spunti di riflessione pur mantenendo sempre intatta l'unità narrativa della sua storia.




PREFAZIONE di Michele Palmiotto al libro di Guglielmo Campione, LE DIVISIONI DEL MONDO, Premio nazionale Poesia 2019, Luoghi interiori editore, Città di Castello, Perugia



La poesia può ricreare, elevando dall’uso comune il linguaggio e i suoi artifici, lo stato emotivo che un paesaggio, un accadimento, una persona possono dettare.

La poesia è epifania del mondo allo stato nascente, è costruzione e temporalizzazione dell’io e della sua esistenza, è spazio e luogo dell’impermanenza, è libro sussidiario della memoria, del vissuto, del non visto e del visibile, è rivelazione, invenzione, tradizione (interterstuale).

Per me è la cosa più vicina all’amore.

 

Di Guglielmo Campione ho letto Epiphaino (Mantova, 2017), Dodici mesi. Dialoghi sul tempo (Milano, 2018) e in bozze Le divisioni del mondo (Città di castello,dicembre 2019).

Sono un lettore che riconosce al poeta la consapevolezza della scrittura, quando nasca dall’inconsapevolezza dell’ispirazione, e che rimprovera al critico la tendenza all’ascolto di sé nello smontare e rimontare un testo.

Una poesia è fatta di parole, della loro organizzazione di suono e di figure, di contesto storico e culturale, sarebbe sufficiente leggerla e, abbandonando ogni intuizione impressionistica, leggerla ancora, perché ogni volta è come se fosse la prima e, comunque, mai l’ultima, sarebbe sufficiente promuovere la magmatica lingua poetica a coautore.  

La poesia, quella in generale, già generata dalle «occasioni», si autorigenera nel momento stesso della scrittura e diventa labile nel momento della lettura.

 

«E l’unità sublima / tutto ch’era disperso», «la bellezza m’innamora / e la grazia m’incatena»: potrebbero essere questi catartici versi di Preludio e fughe di Umberto Saba il migliore esergo e la chiusa migliore della raccolta LE DIVISIONI DEL MONDO , la cui poesia eponimica è un invito proemiale e programmatico alle composizioni come superamento delle divisioni.

 

La prima sezione comprende quattro testi metapoetici, Prosodia, Diadocokinesis, Semi divinità e Addio alla poesia.

La poesia che parla di poesia e l’io che parla di sé come un pittore in un autoritratto.  

 

In Prosodia  le parole di un vecchio biglietto ritrovato diventano note di uno spartito interiore, risalendo in una climax sinonimica di respiro e sussurro dall’ispirazione alla sinfonia (del tramonto), dall’informe grigio a tutti i colori, dal rumore senza suono al suono, che, agendo sull’udito, si fa attenzione e attesa. 

Il mare è musica e parole, il vento è musica e parole, anche la diadococinesia delle dita su un pianoforte o delle onde del mare in tempesta sono musica e parole.

 

«Come sempre / fanno tremare / le sacre cose della terra / unite al cielo»: questi versi chiudono Addio alla poesia, dove lo spessore espressionistico («una nera cornacchia gracchiante», «gli antri delle streghe malefiche») cabota le allitterazioni consonantiche e sillabiche in direzione di un tono salmodiaco proprio di un fare poesia, il cui «nome / sia sempre / la parola del silenzio / pronunciato senza traccia d’ombra / o di tristezza / eppur tremando».

 

E se il perché del poetare è la tensione all’incorrutibile che rende l’uomo altro dall’indifferenziato animale (Semi divinità), la sua funzione etica è quella di fondare il senso (fondando il senso la nostra specie diventa darwinianamente unica) e mantenere l’umanità in comunicazione con se stessa.

 

Testi metapoetici sono già in Epiphaino: L’Altro e l’OltreDella poesia resterà / l’amore per l’Oltre /… / L’amore per l’Altro / resterà pure») e Fedeli di Apolloe aneliamo /… / alla poesia / che canta / la canzone della purezza»).

 

E’  il punto che può essere descritto da infiniti altri punti, quello che Valerio Magrelli in Ora serrata retinae chiama «passione geometrica» ([Senza accorgermene ho compiuto]), a indicare la visione fotografica dall’alto («Il mio pensiero è una terrazza»), prima di cogliere in Nature e venature il «misurato orrore» ctonio delle «cose / guaste e corrotte» ([La spiaggia, il legno fradicio, i copertoni]), quello che l’erosivo Fabio Pusterla in Concessione all’inverno bolla, neutralizzando come poesia fumosa e irredimibile la consistenza dei tramonti rossastri e l’insistenza dei mormorii delle gazze o di un qualunque altro cicaleggio (C.D.D. che sta per Come dovevasi dimostrare).

 

Indietro nel tempo, nell’Ottocento che moriva, in Salut di Stéphane Mallarmé, che tanta parte ha avuto nella mia vita di lettore, balenanti sirene, simbolo della poesia, si tuffano, alcune riverse, in una coppa, di cui il verso neo-nato è la schiuma, l’essenza.

 

Per Mario Luzi la poesia è la voce che dà voce alle vicende umane e che, interrogandosi sull’essere e il suo rovescio, il nulla, incontra il silenzio.

L’una è la necessità del dire, l’altro l’impossibilità del dire.

Avvento notturno è l’avvento di una voce,  il silenzio,  che trova - la ricerca era cominciata in La barca - , il bagliore dell’Assoluto, ma solo per un attimo.

 

 Ostensivo del tema della voce e del silenzio è l’avverbio deittico «dentro», anche sostantivato in Vasi canopi, che marca il soggetto in Parole ultime, Meditazione su un fiore di carciofo e Dentro / un sussurro.

 

C’è il dentro della perfezione dell’esistenza interiore opposta al fuori dell’imperfezione dell’effimero, un dentro già luogo della poesia lirica e dell’io pago di ciò che può realizzare in se stesso, c’è il dentro il flusso degli opposti e delle contraddizioni dei giorni.

 

La voce non può voler dire, non può voler essere, ma può superare ogni differenza tra un dialogo senza l’altra voce e un monologo con una sola voce, trapassando il soggetto nell’heideggeriano Da-sein, esserci, esistere nel mondo in un momento del tempo in uno stato emotivo, essere per nascita, il che comporta il fare, il poiein che accomuna conscio e inconscio.

La parola non basta a mostrare l’essere e può rivelare il non essere in «un abisso privo di eco».

 

Non a caso quel silenzio è per mariage des contraires «vivo» in Canzone di una primavera che non deve morire e vive nell’intenzione descrittiva dell’assillabazione (penSIeri, Singulto, S’arresta, SIlenzio muSIcante).

 

Il bagliore dell’Assoluto ha il suono e la luce del fulmine.

 

Segno della saggezza di Dio come creatore nell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento segno della fine dei tempi, il fulmine è l’abbraccio di cielo e terra («Come Terra e cielo / nel mistero del fulmine / s’attraggono / le anime / nell’universo», Altrove nel firmamento, nel libro  Epiphaino).

 

Ma più dei corpi, più delle anime, che come il lampo sono «prodotto di differenze», più dei poli del buio e della luce interessano i metaforici estremi paralleli della vita che si svolge nel tempo della storia e della vita che risolve il suo corso nella conoscenza senza tempo dell’eternità.

Approppriarsi della realtà è impossibile.

Se il fulmine è il più aoristico dei fenomeni naturali («attimo che anticipa la sua Ora», La verità del fulmine), il vento è il più sovversivo per quel curiosare «fra le sottane / e i capezzoli», ma anche per quel rendere leggeri, privando: «staccava / … / e dalle mani i palloni / strappava / dagli occhi le ciglia  / dai fiori i soffioni (Il vento di Albornoz), scioglie «i legacci / di albero e vela», facendo coincidere storia personale e storia universale (Dioniso e il vento).

 

Non  stupore, né smarrimento, ma un lieve movimento di pensiero e fissità dello sguardo e della mente.

Fissità di uno sguardo, che è sempre frontale, senza preclusioni, senza la «… nuvola fredda / che in un istante è grande quanto il cielo» (Natura fredda, da Rosso d’Alicudi di Corrado Calabrò) e da un non luogo probabilmente visitato («Dall’alto di un monte / un cimitero di fronte», Il vento di Albornoz; «Il mare di fronte», Mare nero) come se, cercando le coordinate esistenziali, le trovasse in un paesaggio esteso e ordinato tale da rovesciare la distanza tra guardante e guardato nei versi visionari «correva negli occhi / la strada in salita» (Il vento di Albornoz) e, riferiti al colore del mare, negli splendidi versi, per me i più alti, «nero / e un po’ azzurro / di quel buio / calmo / che sempre sta / nella lieve brezza / di morbido velluto» (Mare nero).

 

Come non ricordare Les fenêtres del poeta Mallarmè, la cui vitre divide dall’azzurro infinito, prima rivelandolo, poi accogliendone i casti riflessi mistici o il più vicino «cresce il colle fiorito / a noi s’affaccia come in un bicchiere» nell’affannosa Il figurante da Glenn di Maurizio Cucchi.

 

Fissità della mente che, seguendo il profilo di prati e di colline, indugia su un pesco in fiore.

I pensieri assumono ora l’incedere ondoleggiante delle colline (Canzone d’una primavera che non deve morire), ora l’inquietudine morbida dei riccioli (Ricordo di Talma) in un movimento di attesa da una geografia quasi mai rivelata a una geografia interiore, al contrario, più dilatata in immagini e simboli.

La sorgente di essi è anche il mito, vissuto senza estraneamento, tanto più che lo strappo ovidiano di Pìramo e Tisbe, amanti suicidi, il cui sangue colora il gelso un tempo bianco, è di quelli a bassa frequenza. «Di Piramo / maturi il rosso gelso / che parve sangue / sulle vesti di Tisbe» (Giugno, dal libro Dodici mesi).

La vita è fissità e metamorfosi, è presente che diviene e divenire uguale a se stesso, tempo senza storia.

Quante privazioni porta con sé il vento così come il mare che fa sentire il dannunziano sciabordare degli ossi di seppia nell’oblio del tempo camaleontico o lo sciabordio del sangue nella risacca (Prosodia).

Ricordo un distico di Mario Luzi «guardo la chiara lamina febbrile / del giorno, mentre in cielo è già inverno» (Pur che, da Primizie del deserto) a significare il divenire eterno in un punto astratto del tempo, in una stanza astratta.

 

Sembra che la parola poetica dissolva, già nominandola, quella realtà che in Plenilunio sul fiume parlando ad una barca  «… è la meta a cui aspiro / eppur quella / che mi uccide davvero», dove la produttiva congiunzione avversativa «eppur» assolve a una carica esplorativa, affermando e non negando il senso del viaggio.

 

Il soggetto vuole certificarsi:

in Lame di luce le onde, metaforicamente coltelli, lame luccicanti, infatti aspirano a separarsi dal mare genitore «per trasmutare in sola luce», ma constatiamo l’approdo statico dell’«onda che si perde a onda» e della «luce che si perde a luce».

 

E’ l’alternanza di moto e immoto, sintetizzata ancora da Mario Luzi nell’explicit di una poesia della sezione Altre voci di Dal fondo delle campagne: «Pensieri eterni nella mente inerte», che esprime nell’anagramma inerte-eterni, perfetto e specularmente doppio, il desiderio sotterraneo di superare ogni umana divisione dettata dalla contingenza e di silenziare ogni interrogazione, e che si fa doloroso archetipo in una poesia (o un suo lacerto)  di Alberto Bevilacqua, che cito a memoria: «Al nostro che è naufragio / appena s’inizia, / il suo viaggio congiunse / per conoscere, tra moto / e immoto, il reciproco / che l’eterno sorregge.».

 

La voce, il silenzio, lo sguardo, il dentro sono alcuni isotopi della poesia di Guglielmo Campione, asindetica e paratattica, almeno lo sono per me che forse, leggendo, interpreto e, interpretando, mutilo il suo messaggio.

La poesia classica si è guadagnata nel tempo l’oggettività della lettura, ad esempio, di un mito, la poesia dei Romantici la soggettività, la poesia moderna ha preteso l’associazione e la proiezione di una conoscenza molecolare.

«Perdi il tuo volto / ama senza ricordare / vivi senza fare il punto» significano il dover essere nel flusso della realtà («Io e Te / non siamo che flussi.», Vivi senza fare il punto), di cui si vuole lacerare il velo, a dire il vero già logoro. Sono le coordinate dell’anima, lasciando che a dargli vanità di anima fiorita siano il sole come nella sonora Dat rosa mel apibus, vivace per l’osmosi chiasmatica di animato e inanimato nell’emotivo iperbato «un basso ronzio di dolci corolle / s’avanza / su campi infiniti di variopinti / calabroni» e ne Il sole, re geometra e bonzo, dove si rincorrono suggestioni pitagoriche e baudelairiane.

 

Nella poesia universale la natura, dei fenomeni della quale spesso l’uomo contemporaneo non ha esperienza, è uno strumento comunicativo altrettanto universale.

Puro e icastico come nell’eponimica Ed è subito sera di Salvatore Quasimodo, sicuro approdo di una qualunque antologia: «Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole: / ed è subito sera.» o simbolico come nelle Correspondances di Charles Baudelaire «La nature est un temple où de vivants piliers / laissent parfois sortir de confuses paroles».

 

Pilastri sono gli abeti dalle « … cento braccia / guardiani …» delle montagne (Le cento braccia degli spiriti abeti), simbolo di eternità, e, in antinomia, il fiume e il mare (Piange il fiume la sua fine), simboli di intemperanza e di saggezza, destinati tuttavia a fondersi.

 

Non è possibile non pensare al naufragio necessario dei fiumi nella poesia di Friedrich Hölderlin: fluiscono, vagano e terminano nel Tutto che è il mare, essendo il defluire nel Tutto il travalicamento nel positivo, in controcanto, dal negativo di ciò che è umano, che ha la proprietà dell’effimero. Non è pessimismo, solo una constatazione di quella caducità alla quale Sigmund Freud ha dedicato un breve scritto, affermando che essere limitati nella possibilità di godere di una cosa aumenta la sua preziosità. Come dire - e Hölderlin ne era convinto – che la gioia si percepisce meglio nella morte e nel lutto.

 

La poesia come luogo dell’essenziale, ma l’essenziale non è, si conquista, è forse l’ombra liminare e reciproca del dentro e del fuori, forse la coscienza in cerca di una relazione con i propri fini, forse l’intelligenza delle cose più delle cose, forse i frantumi di un paesaggio mai frammentato.

 

Ho letto le poesie di Guglielmo Campione, viaggiando in aereo da Roma a Sofia, seduto tra un pope e un sacerdote della Chiesa cristiano-armena.

Ho scritto questi appunti di notte, nell’ora «più intera del tempo» coems scrive Campione, nell’occhio di colore di una lampada, in una stanza affacciata sui libri del mondo, in una città antica, in una terra di mezzo, senza patria, senza interruzione né esitazione, cercando colpevolmente le mie corrispondenze più di quanto cercassi quelle di Guglielmo, al quale mi lega un filo, appena ora interrotto, di memoria.

Ho scritto questi appunti, cercando i versi dei poeti nelle trasparenze della memoria, mia per vocazione naturale, e in un prezioso «quadernetto alla polvere», mio per l’inframmettenza negligente di un maestro universitario, che ancora oggi considero un «nido antico» coperto da muschio verdeggiante.

L’ho fatto contro la mia natura, perché vorrei vivere ogni giorno della mia vita aerea in «una palpebra di cielo» e amare velandomi come fa il diospironell’autunno più caliginoso.

L’ho fatto per amicizia in un solstizio di dolore comune, perché spesso un «roseto di parole» fiorisce come ruggine.                                                                                                 

 

Michele Palmiotto


Giovinazzo, Bari, 1957- 2024


È stato allievo del Liceo classico Quinto Orazio Flacco di Bari e successivamente uno studioso di Diplomatica , la scienza che ha per oggetto lo studio critico dei documenti al fine di determinare il loro valore come testimonianza storica, che lo ha portato in molti paesi esteri a compiere le sue ricerche e a insegnare.

Curatore di un’edizione critica delle antiche pergamene dell’archivio della diocesi di Bovino (Fg) è stato un profondo cultore di Teologia e di Poesia in ispecie di Lalla Romano e Leonardo Sinisgalli, oltreché di poeti pugliesi e lucani del novecento