L'areoporto nato da una visione,racconti fantastici brevi e brevissimi


Una lettera d'amore che giace per terra appallottolata e parla di sè, il finale di discorso di un matematico stufo di numeri staccati dalla vita,l'incipit di un racconto sulla liberazione dal nazismo,un dialogo surreale fra i due clienti di una prostituta mitica,un cavallo che chiede al suo padrone di essere finito, un amore tra Pigmalione e Galatea dei tempi moderni,il racconto erotico dell'angelo e della fragola di lesbo,la storia del misterioso aeroporto nato da una visone nel deserto,il viaggio fantasmagorico esoterico nelle profondità di un pozzo,la storia di un ragazzo che diventò un pesce.

Edizione:
1
Anno pubblicazione:
2018
Formato:
11,4x17,2
Foliazione:
104
Copertina:
cartonato
Interno:
bn



OLTRE : ANTOLOGIA DI SCRITTORI EMERGENTI



94 pp., Euro 14,00

ISBN 9788833690278



Frutto della selezione del concorso letterario “Auctor 2017”, aperto a nuove proposte di ogni genere di scrittura, la raccolta antologica “Oltre” propone ai lettori l’opera di otto scrittori emergenti. 

Diversi fra di loro, ma ciascuno capace di un’originalità propria e in possesso di uno stile del tutto particolare, gli Autori di “Oltre” ci presentano un universo immaginario vasto e molteplice, con una scrittura piacevole e mai scontata.

Tutti da leggere, dunque, i contributi di G. Campione (La febbre del rock), di S. Darova (La casa di nessuno), di A. Di Luzio (Mireille), di C. Gregolin (Il canto blu), di M. Pillon (Il critico), di M. Pizzeghello (Le orecchie del cuore e dell’anima) , di A. Ridosso (Quella notte) e di Y.D. Zindato (Gente di Amendolea).


Disponibile a breve:

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La malattia d’amore antica e moderna di Guglielmo Campione.



                                    Saint Jerome, The conversion of Paula,1898
                                              olio su legno (112.7x-50.8cm)





“Tale brama d’amore che nel mio cuore 
si è insinuata versa sui miei occhi 
densa nebbia rubando dal petto l’anima fragile.”

                           Archiloco ,Frammento 191 W.



«Chi odia il fratello»,
cioè chi non lo ama,
«è omicida»

Vangelo di Giovanni 3,15.

  

L’innamoramento è una esperienza mistica allo stato selvaggio,
ma dove c’è veramente l’estasi.
Chi non ama, chi è indifferente, è omicida.
Non amare equivale a uccidere.
Questa è la serietà del credere all’amore .
Se c’è qualcosa sulla terra che apre la via all’assoluto,
questa cosa è l’amore,
luogo privilegiato dove arrivano angeli.
Il cuore è la porta di Dio.

Ermes Ronchi




La poesia del disamore , interrogandosi ,cercando un’ espressione di sublimazione, introspezione ed elaborazione del lutto nella scrittura , si è sempre posta come un antidoto alla rabbia agita ,al cinismo reattivo e ideologizzato nella misoginìa, alla malinconia, alla nostalgia, all’orgoglio ferito, alla ferita narcisistica dei fantasmi d’abbandono che ricordano la prima relazione con la madre, alla disillusione corrosiva degli affetti conseguente alla perdita del soggetto d’amore idealizzato.

Il poeta ha però potere solo su chi corrisponda ai suoi testi con immaginazione “empatica”.
Questa mobilitazione interna  è una sorta di transfert psichico, un processo di trasposizione di emozioni e affetti che qui, però ,proprio perche condiviso, può farsi strumento di consapevolezza.
Sappiamo anche che questo “trasferimento” di esperienze facilita nuovi apprendimenti quando altre analoghe esperienze si siano già verificate.

Nell'esperienza  poetica, infatti, non è la pura percezione nella lettura o nell'ascolto a trasformare il lettore  ma il desiderio:  è il desiderio del lettore che permette l’immedesimazione e lo implica nel testo.
Questo è il ponte che ogni autore si augura che unisca e metta in contatto l’ esperienza privata individuale e l’ esperienza universale.
Antonin Artaud diceva "
Questa mattina io ho per la prima volta compreso la differenza tra uno stato d'animo e un sentimento: nel primo si prende ciò che viene,  nel sentimento si interviene» e intervenire vuol dire implicarsi, coinvolgersi .
Se il lettore – con la sua storia, le sue peculiarità, il suo desiderio – interviene e  si implica/coinvolge , dal semplice stato d'animo si giunge al sentimento “.

A quello che scriveva Artaud aggiungiamo che la scrittura e l’immedesimazione può (o non ) permettere di giungere  alla coscienza dell’emozione, nella sua accezione piu corporea e ancora non elaborata psichicamente, e poi a quella dei suoi legami con lo stato affettivo , il sentimento.
E che quest’operazione, l’apprendere dall’esperienza come diceva W.R.Bion, è ciò che fonda il Pensiero .
Un pensiero sempre più carente,d’altronde, che consegna i maschi feriti sempre più ,nell’esiziale abbraccio compulsivo delle droghe, delle dipendenze patologiche del gambling e dei social network , all’impulsività reattiva e violenta nei confronti delle donne, (ma anche di tutto ciò che non ulula con i lupi come scrivevano  E.Gaburri e L. Ambrosiano), spesso sfortunatamente colluse inconsciamente con i loro violentatori e soprattutto detentrici di un’immagine inconsapevole dell’amore e del maschio altrettanto oscure e prive di capacita di pensiero e sublimazione.
Le tipologie e le sfumature del sentimento del disamore paiono essere molteplici.
Una particolare accezione del disamore è quella che Wisława Szymborska canta in “ Amore a prima vista”:
“Sono entrambi convinti che un sentimento improvviso li uní. È bella una tale certezza ma l’incertezza è piú bella. Non conoscendosi, credono che non sia mai successo nulla tra loro. Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi dove da tempo potevano incrociarsi? Vorrei chiedere loro se non ricordano –una volta un faccia a faccia in qualche porta girevole? uno “scusi” nella ressa? un “ha sbagliato numero” nella cornetta? –ma conosco la risposta. No, non ricordano. Li stupirebbe molto sapere che già da parecchio tempo il caso stava giocando con loro. Non ancora del tutto pronto a mutarsi per loro in destino, li avvicinava, li allontanava, gli tagliava la strada e soffocando una risata si scansava con un salto. Vi furono segni, segnali, che importa se indecifrabili. Forse tre anni fa o lo scorso martedí una fogliolina volò via da una spalla a un’altra? Qualcosa fu perduto e qualcosa raccolto. Chissà, era forse la palla tra i cespugli dell’infanzia? Vi furono maniglie e campanelli su cui anzitempo un tocco si posava sopra un tocco. Valigie accostate nel deposito bagagli. Una notte, forse, lo stesso sogno, subito confuso al risveglio. Ogni inizio infatti è solo un seguito, e il libro degli eventi è sempre aperto a metà”. 

Citando Szymborska ,Concita Di Gregorio ,in un recente saggio conferenza sul Disamore ,edito da Nottetempo dice : “Io penso che il disamore sia un amore disabitato. Cioè, il posto dell’amore c’è, è quello lí, ma chi doveva stare in quell’esatto momento e proprio in quel posto ha mancato l’appuntamento, ha come disertato un impegno col destino, senza sapere tuttavia di averlo disertato.
È come se, nel tempo e nello spazio, ci fosse un luogo che è pieno di quell’amore, a prescindere, e le persone che dovrebbero occupare quel luogo non lo occupano.
Ma quell’amore c’è, e quelle persone ci sono.
È come una stanza pronta per gli amanti, senza gli amanti.
Italo Calvino,ne “Il castello dei destini incrociati” dice al riguardo : «È in cielo che tu devi salire, Astolfo, su nei campi pallidi della luna, dove uno sterminato deposito conserva dentro ampolle messe in fila, le storie che gli uomini non vivono, i pensieri che bussano una volta alla soglia della coscienza e svaniscono per sempre, le particelle del possibile scartate nel gioco delle combinazioni, le soluzioni a cui si potrebbe arrivare e non si arriva».

La sensibilità femminile è certamente più sottile e tutt’altra cosa da quella maschile ma il disamore per il maschio, è un’altra cosa, e pare più disperante . Non è l’amore sprecato , un’occasione buttata via pur nella tragica inconsapevolezza che tuttavia salva da ben piu gravi pene.
La lirica di  Szymborska pare sottolineare con sereno distacco  il ruolo del destino di un amore allo stato embrionale e dunque potenziale che però malinconicamente non si svilupperà : tutt’altra cosa dal destino tragico del disamore ,l’ossessione, la disperazione, il logoramento del sentimento d’amore, la fine di un amore, la perdita di interesse, l’esaurimento, l’ indifferenza, l’abbandono, il tradimento, l’attaccamento “staccato” catastroficamente a forza, l’amore come una selva spinosa, intricata e faticosa, da cui puo generarsi paranoia,cinismo, rabbia, sentimento di vendetta.
C’è un destino che malinconicamente non fa incontrare ma c’è un destino più tragico che fa incontrare ma poi separa più dolorosamente ,per il quale ci si addentra in un roveto che pare non finire mai e che certamente non si prevede che si sciolga in un roseto, per citare Ginevra Bompiani.
Le  considerazioni sul ruolo impersonale del destino , come una delle possibili cause e spiegazioni della tragedia,  possono ricondurre il dolore ad un origine sopraindividuale che allevia la colpa , stempera la rabbia ,permette l’accettazione ed evita violenze ma questo presuppone una precedente dolorosa e faticosa elaborazione personale .

Il disamore maschile e la scrittura : il museo dell’innocenza di Orhan Pamuk .

Un’altra tipologia di più dolorosa elaborazione maschile ha trovato , compimento letterario in un’opera contemporanea di straordinaria profondità : “Il Museo dell’innocenza” del premio nobel turco,O.Pamuk :” Dove l’amore passò , io costruii un museo”.
Pare di sentire “Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi” di Mogol, Battisti ,tratta da: Il mio canto libero del 1972 :

 “Quando lei se ne andò per esempio
Trasformai la mia casa in un tempio
E da allora solo oggi non farnetico più
a guarirmi chi fu
ho paura a dirti che sei tu
Io quel dì mi trovai per esempio
quasi sperso in quel letto così ampio
Stalattiti sul soffitto i miei giorni con lei
io la morte abbracciai
ho paura a dirti che per te
mi svegliai (…)”.

L’ amore maschile si scontra con la sorte avversa dell’abbandono da parte dell’amata ed allora inizia la caduta nell'ossessione.
Kemal costruisce un museo dell’innocenza come un gigantesco e ossessivo altare al feticismo d’amore in onore e ricordo di Fusun: una elaborazione del lutto amoroso psicologica e  letteraria che si articola  in ottantatre capitoli e al contempo un vero museo organizzato da Pamuk nel quartiere Beyoglu di Istanbul in un antico palazzo rosso .
 Dice Pamuk : “Quando indichiamo il momento piú felice della nostra vita, siamo anche consapevoli che si tratta di un passato remoto che non tornerà mai piú, e questo provoca in noi un grande dolore.” 
La trama è la seguente : entrato in un negozio per comprare una borsa alla fidanzata, Kemal Basmacı, trentenne rampollo di una famiglia altolocata di Istanbul, si imbatte in una commessa di straordinaria bellezza: la diciottenne Füsun, sua lontana cugina. Fra i due ha ben presto inizio un rapporto anche eroticamente molto intenso, che travalica le leggi morali della Turchia degli anni Settanta. Kemal tuttavia non si decide a lasciare Sibel, la fidanzata: per quanto di mentalità aperta e moderna, in lui sono comunque molto radicati i valori tradizionali (e anche un certo opportunismo); vuole la moglie ricca e la bella amante povera, il matrimonio e l'amour fou, i party a base di champagne (importato clandestinamente) della Istanbul bene e la seducente atmosfera di una stanza in un appartamento disabitato. Così si fidanza, con un sontuoso ricevimento all'Hilton. E perde tutto: sconvolta dal suo comportamento Fusün scompare, mentre Kemal, preda di una passione che non gli dà tregua e mosso da una struggente nostalgia, trascura gli affari, si ritrae sempre più dal suo ambiente e alla fine scioglie il fidanzamento.
Quando, dopo atroci pentimenti, i due amanti si ritrovano, nella vita di Füsun tutto è cambiato. Kemal però non si dà per vinto. In assoluta castità, continua a frequentarla per otto lunghi anni, durante i quali via via raccoglie un'infinità di oggetti che la riguardano: cagnolini di porcellana, apriscatole, righelli, orecchini, mozziconi di sigarette, ditali, saliere, mutandine, grattugie per mele cotogne; poterli guardare assaggiare, toccare annusare, è spesso la sua unica fonte di conforto.
E quando la sua esistenza subisce una nuova dolorosa svolta, quegli stessi oggetti confluiranno nel Museo dell'innocenza, destinato a rendere testimonianza del suo amore per Füsun nei secoli futuri.
Come dice Orhan Pamuk: (pag.253)
"La vera sofferenza amorosa si annida alle fondamenta della nostra esistenza, ci stringe inesorabilmente nel nostro punto più debole e pervade ogni cellula del nostro corpo, ogni aspetto della nostra vita. Se siamo disperatamente innamorati, tutti gli altri dolori, preoccupazioni o inquietudini, a partire dalla perdita del padre fino alla più banale delle sfortune - qualsiasi cosa, anche solo smarrire le chiavi di casa -, diventano la molla che fa scattare questa sofferenza sempre pronta a esplodere. Uno come me, la cui vita è stata messa a soqquadro dall'amore, pensa che tutti gli altri problemi si risolveranno soltanto quando avrà fine la sofferenza amorosa, senza rendersi conto che in questo modo non fa altro che esacerbare la propria ferita interiore."
Così l’uomo cade continuamente ed alla caduta sembra non ci sia fine. L'ossessione diventa la casa della propria esistenza e gli oggetti i muri che quello spazio delimitano. La vita scandita da un solo ritmo.
Sulla costruzione del Museo , Pamuk dice:"Sarò ingenuo, ma sono sinceramente convinto che tali sensazioni non appartengano solo a me: anche il visitatore del museo, venendo a contatto con questi oggetti, proverà quello che sento io."(pag.357). "Gli istanti che quegli oggetti mi facevano rivivere componevano dentro di me un altro tempo, un tempo più vasto."( pag.435)
Entrare nel museo , guardare e sentire negli oggetti il tumulto di altre vite. Di un'altra vita. La vita della persona amata. Come si diceva ,appunto, in apertura , il poeta ha potere solo su chi corrisponda ai suoi testi con immaginazione “empatica” e questo può suscitare una mobilitazione interna  di sentimenti in entrambi le direzioni.
Fare entrare nel suo museo appare una potentissima metafora del rapporto che si instaura con i lettore grazie alla scrittura:  far sentire il proprio dolore,condividere il proprio privato con l’unico strumento che è dato a noi umani , la Koinodinìa, il dolore vissuto insieme. Il lettore ha d’altronde a sua volta un’altra e nuova possibilità, quella di leggere nel poeta il suo dolore e vederlo per tanto riconosciuto, cantato con la prosodia e verbalizzato con le parole, non più isolato, inspiegabile.
Il superamento della dimensione privata è una delle chiavi dell’elaborazione del lutto amoroso ed è la spinta a scrivere se è vero ,come diceva Simone de Beauvoir,che si scrive quando qualcosa non va e si sta male, ma anche a leggere.

Cuore di giovane maschio ferito , i dolori del giovane Werther : farsi rapire dall’amore come Assoluto.

Come non ricordare , andando più indietro nel tempo ,nel 1771, I dolori del giovane Werther di W.J.Goethe ?
In tutt’altra epoca, sotto l’influenza dell’idealismo tedesco , dell’incipiente romanticismo e dello Sturm und drung , Werther, analogamente all’autore ragazzo ventenne proveniente da una buona famiglia e dotato di ottima cultura, con una particolare passione per le opere classiche, ama dedicarsi all'otium litterarum (ozio letterario); in occasione di un ballo incontra Charlotte, soprannominata Lotte, una ragazza del luogo dotata di bellezza e acume, ma già promessa ad Albert, un giovane funzionario.
Werther rimane presto stupito dalla grazia e dall'agilità di Lotte quando ha l'occasione di invitarla per un valzer. Nel corso dei giorni successivi scopre sempre più chiaramente di essersene infatuato e approfondisce la confidenza con lei. Benché Werther conoscesse sin dall'inizio la promessa di matrimonio di Lotte, è solo al ritorno di Albert che inizia ad accorgersi dell'impossibilità di coronare il crescente desiderio affettivo - sbocciato nel profondo del suo cuore - verso la ragazza. La consapevolezza di non poter amare Lotte produce sconforto e continuo malumore, il che, combinato al suo carattere istintivo, lo porta a diverse ostentazioni della propria impulsività, dalle quali Lotte deduce lo stato di amarezza in cui versa il giovane. Werther a un certo punto, per liberare la sua mente dall'inerzia in cui è precipitato a causa dell'irresolubile pena d'amore, decide di accettare l'offerta del caro amico Guglielmo (con cui fino a quel punto si è sempre interamente confidato) e di abbandonare Wahlheim per recarsi in città e cercar d'iniziare una carriera da diplomatico.
Dopo poco la città lo delude, a causa delle ipocrisie e dell'indifferenza tipiche dell'alta società con la quale ha a che fare, intrattenendo superficiali quanto necessari rapporti sociali; sceglie quindi d'interrompere tale percorso. Tornato al villaggio, viene a sapere del matrimonio tra Albert e Charlotte; l'evento ha il palese effetto di incrementare l'infelicità di Werther, che più e più volte nelle lettere all'amico Guglielmo si dichiara insoddisfatto della propria vita. Medita di interrompere la propria agonìa, prima grazie a un vago progetto di entrare nelle forze armate, poi col desiderio di togliersi la vita.
Charlotte, a cui non sfuggono il dolore di Werther e il rapporto teso che lui ha con Albert, chiede ripetutamente al giovane di trasformare il loro rapporto in un sentimento di amore platonico e fraterno, un'autentica amicizia e nulla più, assicurando l'amico che ogni infelicità sarebbe scomparsa appena avesse conosciuto un'altra ragazza da amare. Werther, tuttavia, non riesce a liberarsi dall'ossessione per Lotte, tanto da baciarla contro la sua volontà, durante il loro ultimo incontro prima di Natale, in occasione dell'assenza di Albert. Pur ricambiando forse in segreto l'interesse di Werther, Lotte è irrimediabilmente vincolata al marito e non ha altra scelta se non intimare all'amico di lasciare la sua dimora.
Il giorno dopo, al ritorno di Albert, arriva una richiesta scritta di Werther di prestargli le sue pistole, con la motivazione di viaggio da affrontare a breve; Albert acconsente ed è Lotte stessa a porgerle, con mano tremante, al servo dell'amico. Il giovane tormentato, si ritira nella propria abitazione, dove congeda il proprio servo e finisce di scrivere la lettera d'addio a Lotte. A mezzanotte in punto, Werther si spara alla tempia con le pistole prestategli da Albert.
Dopo ore di agonia, Werther muore verso mezzogiorno. Nessun prete accompagna il suo corteo funebre, neppure Albert e Charlotte. Werther viene sepolto dagli artigiani locali undici ore dopo la morte in un luogo del villaggio a lui caro, in mezzo a due grandi tigli, come lui stesso ha espressamente richiesto nella sua lettera d'addio.

Werther è un giovane è colto e raffinato, ma insofferente verso le convenzioni sociali e una netta propensione a farsi rapire dai sentimenti in maniera assoluta.
Werther appare come un'anima innocente, che non cerca una vita tranquilla, ma quella felicità totale che solo l'amore potrebbe dargli. Questo aspetto lo rende estremamente fragile, essendo in definitiva legato alle decisioni di qualcun altro, cui ha affidato la sua intera vita. Werther è capace di amare e lo fa donando ogni attenzione e pensiero a Lotte, ma lei non può ricambiare e lo costringe a uno stato di frustrazione continua, dalla quale neanche Werther riesce realisticamente a immaginare un'uscita serena.
Nonostante una buona consapevolezza di sé e dei propri pregi emersi fin dall'inizio del libro, Werther non ama il suo mondo, le sue convenzioni, il conformismo, la routine, i luoghi comuni, la razionalità, ma soprattutto riconosce la propria sconfitta, la propria nullità davanti a un sentimento totalizzante.

Amore e malattia nella poesia greca e latina.

Già nell’antica cultura greca che ha fondato la nostra civiltà, l’amore era descritto talvolta come una malattia  che avvicina alla morte, un sentimento violento, che, quando non è appagato, “scuote l’anima”. E la induce alla disperazione. Saffo dichiara di preferire la morte alla vita, poichè ha perduto la fanciulla amata. E così esclama: 
“Ermes, io lungamente ti ho invocato. / In me è solitudine: tu aiutami, / despota, ché morte da sé non viene; / nulla m’allieta tanto che consoli. // Io voglio morire: / voglio vedere la riva d’Acheronte / fiorita di loto fresca di rugiada” (fr. 95 V). 
Secondo Paolo Saggese ,di cui riportiamo qui buona parte del suo importante saggio "Amore disperato e sublimante, tra antico e moderno ”questi versi hanno alimentato il mito, diffuso da Ovidio, del suicidio di Saffo per l’amore non corrisposto di Faone. Da Ovidio il mito passerà a Leopardi, a Baudelaire, a Pavese.
L’amore è causa di follia, come dichiara esplicitamente Saffo nella famosa Ode ad Afrodite (fr. 1 V.).
Diviene sentimento abnorme, violento, distruttivo, nella tragedia – si pensi a figure come Fedra o Medea o Clitennestra .Il sentimento d’amore come passione  scuote le membra, e incute paura, è motivo diffuso nella poesia greca arcaica, soprattutto in Mimnermo e Ibico. Stemperato, sebbene ancora intenso, in Archiloco e Teognide.  
L’amore induce dunque anche alla pazzia.
L’amore è sofferenza, e i poeti ne descrivono i sintomi, la malattia (si pensi all’Antigone di Sofocle, oppure alla Fedra di Euripide)meno intenso in Alcmane e Anacreonte. Diviene sentimento abnorme, violento, distruttivo, nella tragedia – si pensi a figure come Fedra o Medea o Clitennestra. L’amore induce dunque anche alla pazzia.
L’amore è sofferenza, e i poeti ne descrivono i sintomi, la malattia (si pensi all’Antigone di Sofocle, oppure alla Fedra di Euripide).
Sublimazione e sintomatologia d’amore, dunque, dominano anche la poesia epica successiva, quella del V sec. a. C., ma compaiono ancora invariati nella produzione ellenistica, da Menandro ad Apollonio Rodio a Teocrito, agli epigrammisti del III sec., a Meleagro, che – si può dire – inventano quasi il moderno psicologismo.
A questa tradizione fanno riferimento Catullo e i poetae novi.

Alla disperazione d’amore , carme 85:

            “Odio e amo.
              Forse chiederai come sia possibile;
              non so,
               ma è proprio così
               e mi tormento”


Catullo è diviso tra due sentimenti contrapposti: il desiderio sessuale (“amo”) e il rancore per i continui tradimenti (“odi”) di Lesbia; tutto ciò, il contrasto tra desiderio irrefrenabile e inappagato e rancore provoca uno stato di doloroso tormento.
L’amore in Catullo, dunque, è una malattia, che spinge sino alla follia.

Così, ad esempio, si esprime il poeta nel famoso colloquio con se stesso:

“Povero Catullo, basta con le follie, / ciò ch’è finito, convinciti, è finito. / Un tempo brillarono per te limpidi giorni, / quando correvi dove voleva la ragazza / da te amata come nessuna sarà mai amata. / E là quante dolcezze nei giochi d’amore / che tu volevi allora e lei non rifiutava. / Davvero brillarono per te limpidi giorni! / Ma ora non vuole più, e tu cerchi di vincerti / e mostrarti indifferente come lei / e non seguire i suoi passi se ti fugge / e non tormentarti più, ma, ostinato, resisti. / Addio fanciulla, ormai Catullo è deciso, / non tornerà a cercarti, non ti vuole per forza. / Ma tu soffrirai se non sei desiderata. / Ti pentirai, perfida! Che vita sarà la tua? / Chi ora verrà da te? E per chi sarai bella? / E chi amerai? E di chi si dirà che tu sei? / Chi bacerai? A chi morderai le labbra? / Ma tu, Catullo, ostinato, resisti” .

Questi toni dell’ambivalenza amoroso maschile paiono riecheggiare in Nietzsche, di Così parlò Zarathustra:

 Ti temo vicina,
ti amo lontana;

la tua fuga mi attira,
il tuo cercarmi
mi blocca:
soffro,
ma che cosa
non ho sofferto volentieri per te!

La cui freddezza accende,
il cui odio seduce,
la cui fuga lega,
il cui sarcasmo commuove:
chi non ti odierebbe,
grande irretitrice, ammaliatrice, tentatrice, cercatrice, scopritrice?
Chi non ti amerebbe,
peccatrice innocente,
impaziente,
rapida come il vento,
dagli occhi di bimba!

Ove mi attiri ora,
mostro e bambina selvaggia?
E ora mi fuggi di nuovo,
dolce preda ingrata!

Catullo si rivolge a se stesso, invitandosi ad abbandonare un sentimento e un’ostinazione folli; Lesbia non gli vuole più bene, e perciò deve resistere nel suo non volere amare.
 La sintomatologia d’amore è quella saffica.

  
Il disamore e la poesia moderna.

Secondo Paolo Saggese “ Il poeta che ha descritto con maggiore intensità la violenza d’amore è Charles Baudelaire: l’Amore domina l’uomo, anzi per il poeta incombe fisicamente sul suo cranio, sull’uomo così debole e destinato nella sua materialità a dissolversi e morire. Amore domina l’intera umanità, con il suo trono, e disperde le illusioni degli uomini (le sferiche bolle) sino al cielo. Il cuore debole è aggiogato, si rompe, ha perso dunque le sue illusioni che sono svanite.
Il cranio vorrebbe porre fine a questo crudele gioco, perché attraverso queste bolle di sapone che volano in cielo si perde e consuma la sua vita:


 L’AMORE E IL CRANIO

 Sul cranio del genere umano
s’è in trono posato Amore
 e l’allegro profano dal riso sfrontato
disperde col soffio uno sciame di sferiche bolle
che verso il romito reame degli astri s’estolle.
 I fragili globi di luce
han breve fervore:
qual sogno dorato, si scuce il debole cuore.
Il cranio, a ogni bolla più fioco,
 ripete gemendo:
“Mai dunque avrà fine il tuo gioco ridicolo e orrendo?
 O mostro, è mio sangue,
è mia vita il fiato che effondi
con quella tua bocca omicida nei cieli profondi!”

Dunque, si ritorna al motivo dell’amore come malattia, come mostro distruttore e che è in sintonia con il modo di vivere l’amore dei poeti greci; tale coincidenza è espressamente dichiarata da Baudelaire, che presenta Saffo e la sua morte come alter ego della sua esistenza e del suo modo, trasgressivo, di amare. Del resto già Leopardi aveva visto in Saffo il suo alter ego.
L’eros, in Baudelaire, non è quasi mai capace di dissociare la voluttà dal disprezzo, conforme a un gusto che i testi di psicologia chiamerebbero degradazione dell’oggetto libidico, e che consiste nell’abbassare […] il bersaglio del desiderio fino alla soglia della ripugnanza” (p. XX). Tuttavia, si legga questa descrizione di Jeanne, la venere nera:

 A UNA SIGNORA CREOLA

In un paese aulente e tiepido
conosco una signora creola,
ricca di grazie nuove:
di rossi alberi e palme la vidi
sotto un chiosco,
 donde sopra le palpebre sonno e silenzio piove.
 La bruna incantatrice
ha un viso ardente e fosco,
e il collo con movenze nobili e rare muove;
 alta e agile incede come arciera di bosco,
 con quieto riso e occhi che mai nulla commuove.
Se della verde Loira o della Senna in riva andaste,
ove la gloria verace si coltiva, bella,
 degna d’ornare castelli leggendari,
quanti sonetti, al cenno dei grandi occhi,
 i poeti, più d’ogni vostro negro umili e mansueti,
vi offrirebbero, in fondo ai parchi solitari!

(da Charles Baudelaire, I fiori del male, Traduzione di Gesualdo Bufalino, Testo originale a fronte, Arnoldo Mondadori Editore, 2001)

Questa creatura ha il fascino di una amazzone, la fierezza e la grazia insieme di un animale elegante; non è un angelo, ma è nobile ugualmente e incanta tutti i poeti, che le si prostrano umili e mansueti: ispira poesia d’amore, Jeanne, e aggioga gli uomini con la forza di eros.

Cesare Pavese ha dedicato alcune delle sue poesie più struggenti al tema della solitudine, della delusione d’amore, dell’inappagamento. Le sue figure di donna e di ragazzo sono un po’ alter ego del poeta; del resto, al motivo dell’amore come violenza, degrado, disperazione, solitudine, angoscia, lo scrittore ha dedicato alcune delle pagine più efficaci della sua opera in prosa. Da non dimenticare sono anche gli impegnativi Dialoghi con Leucò. Si pensi, ad esempio, alla figura di Saffo qui descritta con toni leopardiani. Del resto, la sua stessa biografia e il suo suicidio legato indirettamente a una delusione amorosa, ma che ha cause ovviamente più profonde, sono sintomatici del suo modo disperante di essere al mondo. Le sue Poesie del disamore sono una amara meditazione sulla vita; ma la poesia Verrà la morte e avrà i tuoi occhi collega inesorabilmente amore e morte, attraverso una riscrittura del motivo degli occhi strumento di seduzione e di amore (di origine properziana e stilnovistica):

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna dal mattino alla sera,
 insonne, sorda,
 come un vecchio rimorso o un vizio assurdo.
I tuoi occhi saranno una vana parola,
 un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi nello specchio.
O cara speranza, quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
 come vedere nello specchio riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti.

 La poesia non ha bisogno di commenti. Il legame tra amore e morte, non amore e vita, è palese, tremendo.

Per Alda Merini, l’amore è sofferenza.

Del resto, difficilmente, e quindi raramente, in lei un sentimento è disteso, limpido, appagato, privo di sconfitta. Vi è in particolare una paura della solitudine, dell’essere abbandonata, che molto somiglia a qualche lamento disperante del giovane Pavese.

“Quando avrò alzato in me l’intimo fuoco
 che originava già queste bufere
 e sarò salda, libera, vitale,
 allora sarò sola?
 E forse staccherò dalle radici
 la rimossa speranza dell’amore,
 ricorderò che frutto d’ogni
 limite umano è assenza di memoria […]”

(Sarò sola?, da Fiore di poesie, p. 20)3 .

La solitudine si accompagna alla cancellazione della memoria, alla negazione, dunque, anche della speranza di aver lasciato di sé un ricordo. Quest’idea della solitudine è in un certo senso sentita dai suoi stessi “compagni”:

“O miei grandi compagni
 confusi in un intreccio senza addio,
 dal più misero al più buono
tutti avete cantato alla luna
 pensando di me che ero sola” (p. 203).

Talvolta l’amore è accompagnato da indifferenza e quindi solitudine:

 “Ho acceso un falò
 nelle mie notti di luna
 per richiamare gli ospiti
 come fanno le prostitute
 ai bordi di certe strade,
ma nessuno si è fermato a guardare
 e il mio falò si è spento” (p. 108).

 L’immagine della prostituta ritorna poi nel suo autoritratto (per il quale cfr. infra). Talvolta l’amore è negato dalla società, dalla pazzia, dai manicomi, come l’autrice stessa chiarisce all’inizio della terza strofe di La Terra Santa:

 “Fummo lavati e sepolti,
 odoravamo di incenso.
 E dopo, quando amavamo
ci facevano gli elettrochoc
 perché, dicevano, un pazzo
 non può amare nessuno” (p. 96).

 Per questo, per questa vita negata, per questo senso di impotenza e disperazione, l’esperienza poetica di Alda Merini non può che essere accompagnata dalla percezione del “maledettismo”. La stessa scoperta allusione all’albatro di Baudelaire è un po’ il segno di questa alienazione dal mondo, propria di una vita segnata:

“Io ero un uccello
 dal bianco ventre gentile,
 qualcuno mi ha tagliato la gola
 per riderci sopra,
 non so.
 Io ero un albatro grande
 e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
 senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
 io canto ora per te
 le mie canzoni d’amore” (p. 80).

La parte centrale della poesia sintetizza tutta la prima strofe de L’albatro baudeleriano:

“Spesso, per passatempo, acchiappano i gabbieri
 un di quei grandi albatri, uccelli d’altomare,
 che, come pigre scorte, i nomadi velieri
 sogliono sugli amari vortici accompagnare”
 evidente anche nella scelta dell’aggettivo “grande”.

L’allusione è esplicita e presuppone tutto il prosieguo del modello. Tuttavia, osserva la Merini, il viaggio è interrotto, ma non la poesia e l’amore, che sembrano vincere ogni cosa. Questa “venere delusa” (p. 61) non ha limiti per sentire e vivere l’amore; e così prorompe, forse indulgendo, in questo caso, ad una retorica voluta e autoironica:


“Io sono folle, folle,
 folle d’amore per te.
 Io gemo di tenerezza
 perché sono folle, folle,
 perché ti ho perduto.
 Stamane il mattino era sì caldo
 che a me dettava questa confusione,
 ma io ero malata di tormento
 ero malata di perdizione” (p. 123).

I sintomi d’amore che nascono dalle parole dell’amato, la confusione, la forza misteriosa che prende corpo e mente, la “devastante arsura”, “il tremito da far paura che mi abita il cuore”, il “rumore di pelle”, il tramortimento (“sfinita: / da me si diparte la vita”), l’amore “furente” e “divino”, sono immagini che sembrano liberamente tratte da Saffo.
L’autoironia è tutta nella ripetizione ossessiva di “folle”, che induce a pensare alla malattia dell’autrice; ed invece, attraverso un aprosodòketon, si rivela diversa la follia di cui soffre: è la follia d’amore, motivo topico della descrizione dei sintomi d’amore che rimonta almeno alla famosa ode ad Afrodite di Saffo (fr. 1 V.)

“Scuote l’anima mia Eros,
 come vento sul monte
 che irrompe entro le querce;
 e scioglie le membra e le agita,
 dolce amara indomabile belva”

 Nella poetessa greca Eros è “dolce amaro” (in quanto suscita gioia, ma anche dolore, quando l’amore non è corrisposto o troppo intenso); nella Merini “dolce amara” è proprio Saffo, che viene ad essere quasi personificazione del sentimento amoroso.

Fin qui , il bel saggio Paolo Saggese.

Nella sua Educazione sentimentale delle “Lettere ad un giovane amico” Rilke dà un importante contributo alla comprensione del valore pedagogico psicologico dell’Amore , come si legge nella sezione II “Amore e psiche” de “Il lungo cammino del fulmine”,dedicata proprio all’Amore umano come strumento di consapevolezza e conoscenza di sé.

” Anche amare è una cosa buona: l’amore è difficile. Per un essere umano amare un altro essere umano, questa è forse una delle più difficili tra le nostre attività, quella definitiva, il lavoro per cui tutto quello che facciamo non è altro che una preparazione. Perciò i giovani, che sono principianti in ogni cosa, non possono ancora conoscere l’amore: devono impararlo. Con tutto il loro essere, con tutte le loro forze, raccolte intorno al loro solitario, timido e ribelle cuore, devono imparare ad amare. Ma il tempo dell’apprendimento è sempre un tempo lungo, isolato, e così amare, che per tanto tempo precede la vita ed è lontano da questa, è solitudine, intensificata e intensa solitudine per colui che ama. L’amore all’inizio non è qualcosa che significa fusione, abbandonarsi e unirsi a un altro, è un alto stimolo all’individuo per maturare, per diventare qualcosa in se stesso, per diventare mondo, per diventare molto per se stesso per l’interesse di un altro, è una grande impegnativa richiesta a se stesso, qualcosa che sceglie e chiama il giovane a cose vaste. Solo in questo senso, come l’attività di lavorare per se stessi, i giovani potrebbero usare l’amore che gli è dato. Fondersi e abbandonarsi e qualsiasi tipo di comunione non fa per loro (che devono risparmiarsi e raccogliere per tanto, tanto tempo ancora), è la cosa ultima, è forse quella per cui le vite umane non bastano ancora”.
(R.M. Rilke ,Settima lettera al suo giovane amico, maggio  1904).

Come scrive Ferdinando Testa “Nella cultura pagana del mito greco , diversamente dalla cultura Cristiana in cui Dio è Amore, il dio è anche sofferenza, (si pensi alla scultura di Eros tra due serpenti, che si trova nel mantovano palazzo Te) poiché chiunque abbia sofferto i dolori dell’amore, le separazioni, ciò che codesto sentimento comporta, sa che esso è ben più del piacere, fonte di arcano veleno, che il serpente suggerisce.
Nel mito di Eros e Psiche di Apulejo , Psiche(La Mente) ha degli amplessi con Eros(L’Amore) ma non può vederlo(perché ?) e nel momento in cui vuole disvelarne l’identità, questi fugge, non si fa imprigionare nelle categorie della mente: dònde, la fine dell’Amore, l’abbandono. E dall’abbandono Psiche la Mente soggiace alle prove della morte ed affronta mille sofferenze prima di ritrovare la Luce, perché ogni cammino del mito, è dalle tenebre alla Luce”.
Un lungo cammino del fulmine dalle tenebre alla luce.

Michele Mezzanotte scrive che“Alla base della relazione tra uomo e donna c’è violenza. Guggenbühl-Craig la chiama violenza erotica.
Il femminile è un archetipo, una forza che agisce sia nell’uomo che nel mondo. Maschi e donne hanno sia una parte femminile che maschile.
Nessun uomo è tanto virile da non avere in sé nulla di femminile (C.G.Jung)
Il femminile è una parte dell’essere umano che ha determinate caratteristiche. Nel corso della storia il femminile ha vissuto tantissime difficoltà e ha rischiato più volte di essere distrutto dalle inflazioni violente del maschile.Se prendiamo in analisi i miti di creazione della nostra civiltà, ci possiamo rendere conto di come la cultura maschile e patriarcale abbia influito sul nostro modo di vivere il rapporto uomo-donna.
In principio era Adamo, ed Eva nacque da una costola di Adamo. Eva è una parte di Adamo. Il femminile è creato dal maschile. Inoltre Eva sarà la portatrice del peccato originale e del demonio. Durante il medioevo i frati domenicani Sprenger e Kramer scrissero il Malleus Maleficarum (Il martello delle streghe) il cui intento era di annientare l’eresia e il paganesimo che era insito nelle donne. Questo testo è un vero e proprio manuale di misoginia antica.
Anche il femminile ha una sua violenza (vis) che è diversa da quella maschile.
Il volto virile del femminismo è un risvolto “naturale” dell‘archetipo violenza.
Il femminismo ha preso la violenza del maschile e l’ha trasformata in una sua energia. L’archetipo non si distrugge ma si trasforma.
In questo modo la violenza maschile “penetra” il femminile trasformandosi in violenza femminile.
La parte violenta del femminismo individua il maschio come la strega dell’epoca moderna: stupratore e criminale. Il maschio è il nemico da condannare e sconfiggere.
La violenza etimologicamente è la forza, la vis, la potenza. La violenza intesa come manifestazione della vis, ovvero della virilità, è prerogativa del modello maschile.
Tuttavia come vedremo esiste anche una vis femminile.
L’estremo contesto della violenza maschile sulle donne è il femminicidio.
In media muoiono 66.000 donne l’anno nel mondo a causa dei diversi atti di violenza:l’uxoricidio, il femminicidio, il genericidio (o aborto selettivo) e il ginocidio. 
La violenza genera violenza perché l’energia archetipica di cui è portatrice non si crea e non si distrugge, ma continua a perpetrarsi come in un’orrida staffetta.
Devo rifarmi di nuovo al cristianesimo, affema Adolf Guggenbühl-Craig nel libro  Il bene del male, “Chi di spada ferisce, di spada perisce (Matteo 26,52)”.
L’uso della violenza genera un’escalation individuale e collettiva.
In particolare la violenza sul femminile è generata da altra violenza e ne genera altra.
In che modo ?
Solitamente si dice che esiste una violenza fisica che è tipica del maschile e una violenza psicologica che invece è tipica del femminile. Sono d’accordo in questo, tuttavia esiste un altro tipo di violenza femminile, ugualmente fisica che chiamo: violenza della donna.
Helene Deutsch è molto netta nel suo trattato in duevolumi  “Psicologia della donna“: lei considera qualsiasi atto sessuale come uno stupro dell’uomo sulla donna.
Usa questo termine svestendolo dall’accezione morale che ha assunto ai giorni nostri.
Per la Deutsch, lo stupro è un atto aggressivo e violento del membro maschile che penetra l’organo sessuale femminile il quale deve “arrendersi” ad esso.
Una volta arresa a questa potenza, la vagina può esercitare la sua forza trattenendo,stringendo e all’estremo castrando.
L’immagine negativa popolare della forza violenta della donna è la vagina che divora. Tuttavia prima di essere divoratrice la vagina, deve aver subito a sua volta una penetrazione, uno stupro maschile. Senza lo stupro maschile non può trattenere, stringere e castrare, perché non ci sarebbe nulla per farlo.
Ma questo movimento violento ciclico del penetrare e del trattenere è un movimento erotico.
È in questo momento che possiamo percepire la dinamica della violenza che genera violenza. 
La vis si trasmette dall’uomo alla donna, che necessitano l’uno dell’altra per essere violenti ed erotici. L’uomo ha bisogno di un “contenitore” per la sua violenza, la donna ha bisogno di un “oggetto”.
L’atto sessuale è erotico e violento al tempo stesso, ecco perché le fantasie erotiche hanno la strada spianata verso la violenza: dai gesti più piccoli come un morso, alle pratiche più complesse che la grande massa ha imparato a conoscere grazie a romanzi e film.
La violenza è qualcosa di profondo e complesso che è alla base della relazione uomo-donna.Come è possibile?
Adolf Guggenbühl-Craig che differenzia tra violenza erotica e violenza distruttiva. Se la violenza è usata con eros, allora può essere impiegata in modo molto utile. Mentre se la violenza diventa distruttiva assistiamo alla degenerazione della relazione uomo-donna.
Dunque abbiamo osservato che il rapporto sessuale tra uomo e donna è costellato dalla violenza, ma è appunto una relazione erotica e l’eros porta con sé violenza.
Eros è una forza violenta che possiede. In mitologia è rappresentato con arco e frecce. Il dio greco deve ferire e colpire per essere efficace.

Ancora Eros m’ha colpito:
con un gran maglio, come un fabbro
 (Anacreonte )

L’arco di Eros è duplice, così come la violenza secondo Guggenbühl-Craig. Le frecce erotice possono essere costruttive e portare amore, ma allo stesso tempo possono distruggere l’anima dell’uomo.
In una coppia la violenza è un bisogno per vivere pienamente l’eros.
Più la neghiamo più emergerà con forza ed irruenza.
Prevenire la violenza è impossibile perché è alla base di ogni relazione.
Tuttavia è possibile imparare a riconoscere il nucleo violento dentro di noi al fine di usarlo eroticamente. 

Tre sono le modalità dominanti di immaginare la sessualità che noto oggi – dice J.Hilmann :una è quella eroica: scopare, fottere, chiavare. Un'altra è la fantasia romantica della fusione, dove i due diventano uno, si cavalca il ritmo in modo che l'uccello sia di entrambi, o di nessuno. Ma la fusione può trasformarsi di colpo in terrore ed essere vissuta come perdita del fallo:
 "Lei" se lo prende, lo divora.
L'incanto romantico diventa incantesimo di una potenza femminile.
Ma c'è un terzo modo che mantiene il desiderio dentro i misteri dell'iniziazione, evocando gli Dei oscuri, in entrambe le loro forme, dell'animale selvaggio e del fanciullino. Una sorta di teatro neobarocco del sublime: una misteriosa bellezza fatta di terrore, di sacro sgomento e di gioco a due; il corpo sessuale e le emozioni dell'amore che si incontrano su quell'orlo rischioso senza promessa di vittorie eroiche né di unioni totalmente soddisfacenti. Si ha qui una più vasta devozione alle potenze animistiche o animalistiche, dalle quali sempre dipende la sessualità e verso le quali essa spinge; non umanesimo secolare, ma i misteri”.

Mariano Grossi a proposito del mio libro di canti in verso libero “Cuore di giovane maschio ferito” dedicato al disamore nel maschile,ha così  chiaramente sottolineato le sue relazioni con la poesia d’amore latina e greca:

L’impressione personale più essenziale nell’analisi  di questo libro è l’inopinabile, a tutta prima, lezione universalizzante della vicenda che se può, ad un primo acchitto, apparire individuale e strettamente personale e privata, ad una lettura più attenta e approfondita ha in sé estensibilissimi connotati generali che ne fanno un’occasione di riflessione antropologica e psicologica sul mondo affettivo maschile : uno stringente spaccato della naturale dualità tra uomo e donna in una società che, negli anni 80 del secolo scorso,oramai registrava la piena emancipazione della donna, decisa ad autodeterminarsi e farsi piena padrona delle sue scelte, scalzando i tabu vigenti che circoscrivevano ancora e solo al maschio la possibilità e il diritto al confronto tra i partner e la relativa “collezione” degli stessi, e la fedeltà come ultimo periferico optional nel rapporto sentimentale.
Ne deriva una ribellione intima del sé che, pur prendendo coscienza di una donna oramai lecitamente e legittimamente affrancata e omologata ai parametri maschili, vive con profonda delusione questa nuova realtà .
Oggi reazioni così nobilmente autoriferite ,dolorosamente autometabolizzate e cauterizzate non si registrano più in un mondo in cui la virtualità ha distrutto sia la dialettica psichica interiore degli esseri umani che la reale interlocuzione maschio-femmina: il dolore auto-elaborato in attesa di guarigione autonoma cantato dall’autore , con riferimento al suo primo volume “Il lungo cammino del fulmine”, lascia il posto invece ad un’assenza di pensiero e di sublimazione che genera un’aggressività incontrollata nei drammi di cui son piene le cronache di femminicidio. Lungi dal repellere o impellere la rabbia per un rifiuto, come visibile nell’epopea del disamore dell’autore , il maschio odierno l’espelle e la deflagra sovente esizialmente sulla partner fuggiasca.
Leggere dunque la teoria del disamore di Guglielmo Campione può fornire uno spaccato di una società che oggi si è decolorata e dileguata. Anche per questo si deve esser grati all’autore per una produzione poetica oltre che per l’incredibile didattica della sublimazione delle proprie più intime emozioni istoriate dalle figure retoriche e dal bagaglio culturale classico che ne caratterizzano tutta l’opera, perché, volente o nolente, chi  legge queste liriche sente chiaramente ronzare nelle orecchie Saffo, Catullo e Properzio ed è un fracasso dolcissimo!

Bibliografia.

Baudelaire C., I fiori del male, Feltrinelli.

Bompiani G., “Introduzione a lezioni d
                        'amore :il disamore” , 
                        Nottetempo Editore  

Campione G., Il lungo cammino del fulmine, Ilmiolibro,1a ed.2015,2a
                       edizione 2016

Campione G., Epiphaino con testo a fronte in latino e greco antico a cura di  
                      M. Grossi, Universitas studiorum editore , 2017 , Mantova

Campione G. Cuore di giovane maschio ferito”, Ilmiolibro edizioni 2016.



Catullo, Poesie, Mondadori

Ferenczi S. , Diario clinico. Raffaello Cortina

Di Gregorio  C. ,"Lezioni d 'amore : il disamore " Nottetempo Editore  

Grossi M.,  " Pothous-pathos: il dolore e la Scrittura :    
                          http://statidellamente.blogspot.it/2015/12/pothous-
                          pathos-il-desiderio- e-il-dolore.html

Grossi M, I canti del disamore e la poesia d’amore latina e greca ,in  
               G.Campione “ Cuore di giovane maschio ferito”, Ilmiolibro  
               edizioni 2016.

Goethe W.J., I dolori del giovane Werther, Feltrinelli.

Kernberg O., Disturbi gravi della personalità. Bollati  Boringhieri

Leopardi G.,Opere, I meridiani, Mondadori

Merini A., Poesie, Einaudi.

Pavese C.,Opere, Einaudi

Pamuk O. Il museo dell’innocenza, Einaudi.

                 Il_museo_dell'innocenza
               /9788806198084/01fdc72f49d1ac085c

Ronchi E., Le nude domande del vangelo, San Paolo.
 
Saffo, Poesie, Feltrinelli.

Saggese P., “Amore disperato e sublimante, tra antico e  moderno”, 

Szymborska W., Amore a prima vista ,tratta da: Vista con granello di sabbia,  
                                                                                                          Adelphi.
                        
M. Mezzanotte, Tremate, tremate le streghe son tornate! La violenza nella
                          coppia , L’anima fa arte, https://www.animafaarte.it/la-
                          violenza-nella-coppia/

J Hilmann , Fuochi Blu p. 265, , Adelphi

J Hilmann ,Sex Talk, p. 76, Adelphi

Zoia l. I centauri e la violenza maschile


A. Guggenbühl-Craig Il bene del male

R.M. Rilke ,Settima lettera al suo giovane amico, maggio  1904.

Epiphaino : recensione di Cinzia Baldini






Come è nostra consuetudine, ormai, per le recensioni alle poesie di Guglielmo Campione inserisco il mio commento dopo quello di  Mariano Grossi che ha illustrato con la sua solita puntuale cura l’aspetto filosofico-religioso-culturale, psicologico e sociale dell’intensa ispirazione poetica di Guglielmo Campione.

Personalmente, da romantica, preferisco approfondire un altro aspetto più “trascurato”, si fa per dire, da Grossi  e sottopongo, quindi, ai lettori
“Nuovi Pensieri Su Di te”.

Nuovi Pensieri Su Di te
stasera
complimentandomi col miliardo di stelle
di questo cielo terreno
di porti e bordelli
dove l’amore
sbatte                
come una vela stracciata
su corde tese
da pirati e 
mercanti di sogni speziati.

L’interpretazione di questi versi potrebbe essere rivolta al Supremo come ad una donna. Se considerato nella sua accezione spirituale è il Sentimento per eccellenza, quello più alto, che porta il poeta a riscoprire, con animo grato, le bellezze del creato nonostante lo squallore tipicamente umano “di porti e bordelli”. E’ l’amore platonico verso una donna quando ispira “nuovi pensieri” e gli alleggerisce l’animo facendolo volare verso “sogni speziati”, promesse di gioie future. E’ l’amore fisico, carnale quando “sbatte come una vela stracciata su corde tese da pirati e mercanti”
Ma in Epiphaino c’è anche di più. 
C’è l’amore universale che tracima da molte liriche come per “Tempo che fugge”. Ed è l’amore profondo e intenso che alberga nel cuore del Campione e che lui getta, come un seme di speranza, nel fertile terreno della poesia per chiunque voglia raccoglierlo e farlo sbocciare, un esempio ne è “La mandorla dei suoi occhi”. 
C’è l’amore per le piccole cosein “Tu potrai”, per i gesti quotidiani “Nel fondo dei fondi”, per la sua terra in “Nicola cuore di popolo”. 
Non è un amore semplice perché è un sentimento fatto di fughe, di dolore e sofferenza ma anche di riscatto e pace, di solidarietà e fratellanza, di pacatezza e umiltà. E’, insomma, un amore a tutto tondo che commuove e incoraggia, rafforza lo spirito e rinvigorisce gli altri sentimenti positivi punzecchiando le coscienze in dormiveglia o precocemente appassite che hanno dimenticato la suggestione delle emozioni.

Oltre ad incoraggiare a leggere questo prezioso volume, posso aggiungere poco che non sia stato già detto e analizzato dal Grossi, approfondimento del quale condivido ogni parola. 

Lasciatevi cullare, dunque, dall’ars poetica personalissima di Guglielmo Campione. Dal suo stile classico, poco comune, spesso aulico ma sempre fine e ricercato. Non è snobismo, ve lo assicuro: è garanzia di eccellente poesia e godetevi anche le preziose nonché dirompenti e avvolgenti traduzioni dei medesimi versi, in latino e greco, di Mariano Grossi.

La lettura di Epiphaino è un’esperienza letteraria unica, che capita poche volte nella vita e che vi raccomando vivamente di fare.



EPIPHAINO di Guglielmo Campione . Recensione di Mariano Grossi .



Un volo di uccelli 
nel vento di levante
indicava una via diversa
per il ritorno, 
non quella per la quale 
venisti presa per lo scontento 
delle cose fin lì sapute 
scrutando le stelle 
nello stesso cielo.
Non si può tornar
per la via vecchia
se quel che hai visto
t’ha cambiato lo sguardo.


Questo l’exordium della raccolta “Epiphaino”, scritta da Guglielmo Campione e che abbiamo umilmente provato a vertere nelle lingue classiche, ispirati come siamo stati dall’aura sacrale che la lettura delle sue liriche ci ha ingenerato, poiché riteniamo capace quant’altri mai l’uomo, il credente, l’analista, autore della raccolta, di cogliere nella lettura delle Sacre Scritture valenze pragmatiche che si pongono alla ricerca di un messaggio estremamente umano e meno trascendente rispetto a quello che una certa bigotta cultura fideistica vuole far intendere; il riferimento nemmeno tanto recondito alla visita dei Magi a Gesù Bambino, il cui gnomon è già nel titolo della silloge, diventa occasione per una docimologia di natura principalmente psicologica: l’invito a non fidarsi dell’opinione comune, lo sprone a guardare la realtà con i propri occhi e riconsiderare il pregiudizio, rischio che ogni uomo di qualunque livello sociale, estrazione culturale e humus storico inevitabilmente corre; vedere coi propri occhi significa capire e rivoluzionare i propri programmi. Le lingue classiche con la loro capillarità compositiva morfologica e lessicale, a mio giudizio, corroborano ed aiutano questo orientamento, dacché un verbo ordinario, oseremmo dire, come cambiare si trasforma in convertereovvero methistemi, le cui preposizioni (cum e metà) marcano quasi fisicamente l’effetto ribaltante della decisione consequenziale alla visione ottica di ciò che si è andati a cercare.

Uscendo
dal tempio
onorata tomba
per colui che porta
nome di vittoria
e un libro con tre sfere d’oro in mano
si mescolavano
profumi d’incenso urina, semola, ragù e alghe
nel vento freddo di maestrale
e nel mio cuore
il senso del mistero infinito,
del viaggio,
della casa
e delle urgenze carnali.

E se qualcuno, fuorviato dall’argumentumdella prima lirica, può pensare ad una raccolta tutta spiritualista, ecco che l’autore ci “cambia lo sguardo”, convertit oculos nostros, poiché la successiva costituisce il biglietto da visita dell’uomo mediterraneo perfettamente in bilico tra spirito e carne, anelito d’internazionalità e senso del nostos; un viaggio nella basilica nicolaiana può davvero costituire per i forestieri un’ermeneutica quasi fisiologica e succedanea del messaggio contenuto nella prima poesia: la città vecchia, con le sue attiguità antipodiche così amalgamate, invita a cassare i luoghi comuni e a postarsi come uomini nuovi e gravidi di ossa e sangue, di anima e corpo. 
Ed anche qui, inutile dirlo, ecco la centrifuga delle sensazioni psicolfattive che l’uomo annusa. 
Lasciando il tempio più etimologicamente mediterraneo del globo terracqueo (basta venire a Bari e sostarvi per capire il crogiuolo di razze che vi si concentra), viene esaltata dalla traduzione gravida di quelle prefissività (com-misceo, sum-mignymi) che l’italiano sovente trascura.

Spira nell’italiano solenne e per certi versi eccezionale di Guglielmo Campione l’aspirazione a riconquistare certe tonalità e bradipodie filologiche che la modernità ha ineluttabilmente smarrito: la dovizia dei congiuntivi nelle loro differenziate sostanze esortative ed ottative, la ciclicità delle interrogative dirette e indirette, gnomoni di un uomo in assidua sagola interiore, l’attitudine all’azione qualitativa più che alla sua semplice riproduzione cronologica, son tutti attributi formali affini alla classicità e sorge pertanto naturale l’input a guadare le sue poesie in lingua latina e greca, gli uteri in cui il suo italiano venne concepito. 
E il traduttore si arrischia con piacere nelle prolessi dei complementi di specificazione, nell’elevazione attributiva dei complementi di materia, nella posposizione dei verbi in finale di proposizione, ritemprando la consanguineità ematica del suo scrivere con la suggiuntività (restituzione in lingua albionica e castigliana del modo che noi italiani chiamiamo congiuntivo) e l’ottatività del greco antico che riesce a magnificare spessissimo le sue abituali subordinate narrative per mezzo del Genitivo assoluto, gemello dell’Ablativo assoluto latino.

Agli studenti liceali italiani d’oggi già questi approfondimenti sintattici possono sembrare estranei e sorpassati, ma io li stimolo a leggere le poesie di Guglielmo per attizzare un esercizio di episteme sostanziale e non solo formale, poiché, al di là dell’abito lessicale e stilistico, esse sono dotate di un caposaldo di formazione mitologica trasfuso cristallinamente nei più specifici concetti psichici e sarà gradevolissimo per loro, procedendo nella lettura di poesie come “Altrove nel firmamento”, “L’Oltre e l’Altro”, “Sale e Luce”, “Acqua”, o i dialoghi di occhio e anima o “Mille e una notte”, scoperchiare le sterminate competenze bibliche, mitologiche ed omnicomprensivamente storiche di questo poeta prestato alla psicanalisi. 

E l’impulso a leggerlo in lingue che oggi si definiscono morte sarà enormemente vitale!