Donna Beatilla letta da Giorgia Anese

 




Ad un libro-che sia un romanzo, un racconto o un saggio-chiedi sempre che ti conduca in un mondo reale o immaginario, comunque diverso da quello da cui se partito. Chiedi- quel mondo- di fartelo conoscere, toccare e, se ha colpito la tua immaginazione, di farlo tuo. E che al ritorno, magari per altre strade, quel che hai visto, conosciuto, toccato, ti abbia, almeno un po', cambiato lo sguardo.

È quel che accade ogni qualvolta ti capita tra le mani uno scritto di Guglielmo Campione, diventato, ormai, compagno di viaggio abituale delle nostre serate di lettura.

Questa volta ci racconta il percorso spirituale e di vita di un personaggio realmente esistito all'esordio del secolo scorso.
E lo fa da narratore vero, di razza, qual'è.
Ma il racconto è, come suo stile e consuetudine, solo una cornice intarsiata di ricordi ed immagini, spesso, sublimi, entro la quale è incastonata una tela da dove emergono di volta in volta, come bassorilievi illuminati, le tante tematiche che gli stanno a cuore e che contribuiscono a farne uno scrittore vero, a tutto tondo, abile come pochi altri a delineare i caratteri umani e, in questo caso, soprattutto, morali dei personaggi che abitano nei suoi romanzi, non prescindendo mai da una perfetta contestualizzazione spazio-temporale delle vicende raccontate.
Nascono, così, fotografie di sublime dolcezza come le case bianche del villaggio addossate l'una accanto all'altra colte nel tenero atto di proteggersi, ovvero quadretti di struggente nostalgia come la descrizione fedele quanto minuziosa della sartoria lo dico da figlia di "mescia sarta" che in quell'atmosfera  soffusa ed austera ci ha vissuto gli anni della sua giovinezza, tanto da sentirne  ancora il profumo leggero delle stoffe con la vecchia Singer a pedale con ruota inferiore a trazione con corda e ruota superiore innescata-e frenata- a mano.

Così tutte le tematiche care all'autore, fede, ragione, filosofia, etica (intesa come arte di vivere), morale, amore per la poesia, per la cultura classica e per quella popolare, per l'arte e la bellezza, il forte, tenace legame per la propria terra (estesa, questa volta, fino alla Lucania) confluiscono e sono fatte proprie dalla protagonista della storia e il suo piccolo ma prezioso entourage di apprendiste.

Donna Beatilla, infatti, è donna umile e semplice quanto intuitiva, riflessiva, innamorata dell'arte e della bellezza ("la bellezza salverà il mondo" le fa pronunciare  l'autore evocando Dostoevskij), ma, soprattutto, è detentrice di una convinta e profonda filosofia di vita figlia, nella stessa misura, della sua sensibilità religiosa, del suo vissuto e di un ricco patrimonio di saggezza popolare.
In lei si fondono un'innata predisposizione all'ascolto ed una, quasi santa, capacità di adattamento e accettazione delle vicissitudini della vita proprie di una concezione evangelico-cristiana che l'autore fa confortare e corroborare perfino da una colta e raffinata disciplina orientale.

Nel racconto l'immagine simbolo di questa dedizione ed abbandono a Dio è data dall'atteggiamento di completo assenso al sacrificio attribuito alla postura del Crocifisso ritratto da San Giovanni della Croce.

Ma è il nostro universo interiore il vero campo di Agramante, il campo di battaglia dove, secondo Donna Beatilla, si affrontano  in un'asperrima lotta il nostro ego e la nostra anima.
Dall'esito di questo scontro dipende cosa farne della nostra vicenda terrena.
Se consacrarsi ad una idea suprema in cui l'uomo riconosca e si convinca con tutte le forze della sua natura che l'impiego più alto che egli possa fare della sua individualità consiste nel mortificare questo stesso io, nel donarlo interamente a tutti e a ciascuno individualmente e senza riserve, cercando di far crescere il nostro potenziale divino (Santa Teresa d'Avila, richiamata nella dedica del racconto, ma anche Madre Teresa di Calcutta).
Oppure arrendersi alla tirannia del nostro ego, innescando una lenta ma costante caduta verso l'abisso dell'anima così mirabilmente descritta in ogni suo passaggio in una della pagine più dense ed inquietanti del racconto dove la statura letteraria (e professionale!) dell'autore assurge a livelli quasi dostoevskijani.
Nessuno meglio del grande scrittore russo, infatti, ha saputo descrivere lo stesso dramma che, però, fa svolgere sempre entro due poli opposti, antitetici, tesi ed antitesi, Cristo ed il sottosuolo, i dèmoni.

L'idea principale del romanzo di Guglielmo Campione, invece, è e rimane quello di disegnare una natura umana pienamente bella: a questa funzione rispondono tutti i personaggi, primari come Donna Beatilla o secondari come Carmelina, Dolores e Proserpina, nessuno dei quali assume mai un ruolo negativo o tormentato, pur in una ricca sfaccettatura di caratteri ognuno dei quali portatore di una sua personale, ma sempre positiva, filosofia di vita.

In questo senso, Campione è uno scrittore limpido che non lascia spazio ad interpretazioni, è tutto chiaro leggendo le sue parole, non si può fraintendere.
Il suo stile narrativo è immediato, la sua prosa sempre fluente , a tratti fitta e prepotente come pioggia battente, le sue poesie intercalate ricche di un lirismo antico.

A definitiva conferma che l'autore rappresenta un fenomeno naturale, prima che intellettuale, una ventata di novità e di freschezza nel panorama letterario italiano.

             


Santina Favolla letto da Adriana Zanesi :IL MITO CHE OCCULTA/SVELA LA REALTÁ



5,0 su 5 stelle

Un lungo e articolato brano di antropologia culturale, questa favola pop, ricca di simboli e suggestioni mitiche che affiorano dall’inconscio collettivo di Campione, proiettando la propria linfa vitale ,junghianamente, nella memoria visiva del lettore.

 Lo sfondo è un Sud ideale che è occasionalmente Puglia, ma potrebbe essere la Sicilia o la Calabria, con la dovuta differenza di sfumature date dal modo variegato con cui le popolazioni autoctone seppero declinare gli innesti culturali e di civiltà portati da invasori che l’Autore ravvisa nei Greci, nei Bizantini, fino agli Arabi; ma la Puglia, come la Sicilia fu anche, in particolare, il feudo imperiale del normanno-svevo Federico II Hoenstaufen, a cui la cultura del Sud Italia deve tanto.

Questo romanzo breve ci presenta Santina, una figura di masciara (in Sicilia majara) non una semplice fattucchiera o indovina, ma “colei che fa accadere le cose.” 

La descrizione della protagonista esprime bene l’essenza di poteri “magici” che sfidano la superstizione, il suo concetto, in una civiltà materialista, la nostra attuale, fondata su postulati, quali la materia, non dimostrati, come la fisica contemporanea afferma ormai con convinzione.

 Santina, ignara di possedere quei poteri, si situa,nei primi decenni del 1900, tra le figure eterne delle Pitie e delle Sibille della tragedia antica, ne ha il crisma e l’ingenuità, diremmo oggi la diversità: una femmina che compete (non del tutto inconsapevolmente) con i maschi, vendendo ormai vecchia i propri inquietanti favolli cotti e stecchiti (i granchi di mare pelosi) al mercato del pesce

Una donna che (come Cassandra) sfida la mascolinità e la ragione, il mondo visibile (cioè illusorio) proponendo la misteriosa conoscenza degli antichi Caldei.

Conoscenza che, per Santina, si svela per bocca di un favollo, un granchio, che le parla....

Donna Beatilla letta da Chiara Troccoli Previati




Apriamo questo nuovo libro di Guglielmo Campione, poeta e prosatore prolifico, dai variegati interessi, ed entro la prima pagina conosciamo già Donna Beatilla. Dopo poche righe entriamo a capofitto nel cuore del racconto e ne siamo rapiti per una frase, frutto della saggezza popolare della protagonista, aforisma che diventa presto l’anima vera di questa storia. Un’anima profonda che pesi a poco a poco e ti resta dentro marchiata a fuoco.

A breve fanno capolino gli altri personaggi, Carmelina, Proserpina, Dolores, pennellate a piccoli tocchi e via via tratteggiate sempre più finemente: lavorano nella Sartoria con Donna Beatilla, ognuna un gioiello diverso ma tutte quasi figlie per la maestra di taglio e ricamo. Come in un edificio a pianta centrale con colonne disposte in senso radiale tutto converge al centro quasi con forza centripeta, così qui tutti i personaggi ruotano attorno alla protagonista e relazionandosi con lei ne fanno affiorare il vissuto personale, la saggezza conquistata, l’equilibrio e la fermezza del carattere che spiazzano ma affascinano chiunque la va ad incontrare.

A ciascuno Donna  Beatilla dispensa la sua filosofia del quotidiano che traghetta con austera semplicità verso pensieri profondi e ampie riflessioni: uno stupore preannunciato già nella affermazione chiave, proposta a chi legge, fin dall’inizio del racconto ma che si arricchisce via via di ulteriori scandagli sul senso ultimo della vita e sull'idea di verità.

Dispensatrice di consigli, di moniti ed esortazioni, custode di memoria familiare, è scevra da superstizioni e frivolezze perché comprende quanto il ‘tempus breve est’ e come la vita sia un’altalena di conquiste e rinunce tra cui sapersi barcamenare per mantenere l’equilibrio che ti dona serenità interiore.

Alle clienti della sua raffinata sartoria, nella quale è coadiuvata dalle tre fidate fanciulle, ciascuna con un carattere e una propria  specificità nell’affiancamento a Donna  Beatilla, la protagonista offre anche risposte ai consulti su temi decisivi, con la consueta modalità aperta, quasi come un rebus, che lascia macerare dentro chi la interroga e serba  la sua risposta sibillina nel cuore.

In ogni contesto narrativo, come di consueto, Campione ci svela con certosina precisione luoghi, epifanie di ambienti quali la sartoria, il convento, la campagna di famiglia, un pranzo di nozze e così via, che accolgono i personaggi di volta in volta con la naturalezza che meglio li possa caratterizzare e rappresentare.

In una dualità espressiva ormai consueta, il nostro autore inserisce come bottone madreperlaceo in asola perfetta, la poesia, alternandola allo scorrere della narrazione in prosa. Qui si inseriscono come giri in giostra, racconti mitologici, temi di filosofia orientale, leggende popolari, per impreziosire un tessuto narrativo già di per sé accattivante.

Punto culminante nello svolgersi degli eventi è il dialogo tra Donna Beatilla e il priore del Convento francescano del paese, Padre Geronimo, il quale fa convocare la donna preoccupato della sua ingerenza in ambiti propri delle relazioni ecclesiastiche: lei è chiamata al capezzale dei moribondi o viene consultata prima di un matrimonio. La preoccupazione più profonda riguarda l’eventuale uso di pratiche misteriche e superstiziose che la Chiesa vuol spazzar via. Qui, nell'àcme, il lettore è colpito dalla grandezza della figura del Priore, il quale ha l’umiltà di confrontarsi senza pregiudizi con questa donna non colta ma profondamente saggia e pregna di fede, che è stata capace di cucirsi addosso, punto per punto, un habitus profondamente cristiano. Questo non sfugge all'avveduto   Priore, uomo di larghe vedute.

Uno snodo narrativo fondamentale che ci conduce verso un poetico finale.

La vita fa il suo corso e le apprendiste di Donna Beatilla, una ad una, iniziano il loro cammino di vita autonomo, trattenendo nell’animo gli insegnamenti della loro maestra. 

Le ultime pagine sono pregne di filosofia essenziale, naturale, meditata e vissuta; oggetto di riflessione per il lettore e specchio dell’animo dello scrittore.

Un finale commovente e poetico ci lascia chiudere il libro con un senso di ricchezza e compiacimento. 


Buona lettura!


L'ambigua oggettivitá della realtá nel noir di Adriana Zanese Inserra :Spillane detective di provincia.


 Sullo sfondo di una Puglia antica piu archeologico storica che balneare,che le restituisce il suo autentico valore scotomizzato per anni come se la Storia fosse solo un patrimonio di Roma della Toscana e del Nord,Adriana Zanese Inserra,tesse la trama di un noir che ,come insegnava Sciascia a Camilleri ,é solo una solida struttura narrativa per uno scrittore entro cui si possono dire molte e diverse cose. Adriana,inaspettatamente,ci parla di stati di coscienza caotici ordinati cronologicamente dalla mente ,di una realtá che ha un'ambigua oggettivitá, e che forse é invece il frutto di una strutturazione umana come il costruttivismo si propone di suggerire.

Spillane é la rara figura di un uomo,umano troppo umano direbbe Nietszche, indebitato e sognatore che si muove fra Barletta e Andria , e lentamente si fa avvolgere in un gorgo di eventi ambigui e onirici che lo avvolgono e vittimizzano come non ci si aspetterebbe da una figura ,quella del detective, che in modo stereotipato da sempre viene scritta come quella di un vincente che risolve ,salva e rende giustizia.
Un noir sofisticato nell'elegantissima scrittura di Adriana, che intreccia riflessioni filosofiche scientifiche ed esistenziali tutt'altro che consuete nel panorama ormai saturo e grondante ovvietá obsolete del noir .

Guglielmo Campione

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Adriana Zanese Inserra Scrittrice italiana. 

Ha studiato Lettere e Filosofia presso la Facoltà di Lettere dell'Università La Sapienza di Roma.

 Esperta di letteratura anglo-americana, storica della Cospirazione Globale. 

Nel 2015 ha fondato il Movimento Letterario L'altra Letteratura Scrittori Indipendenti , che tiene ogni anno un Festival della Letteratura dedicato agli scrittori che pubblicano sul Web. 

Il Festival si svolge con la partecipazione di importanti istituzioni pubbliche.

 Adriana Zanese ha pubblicato:

 Il Velo di Maya poesie, semifinalista Concorso di poesia di Genova 2012, Editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012)e finalista con la 2a edizione, nello stesso Concorso nel 2018; Yermary, teatro, editore ilmiolibro.it/Feltrinelli (2012);

 Abduction, teatro, editore ilmiolibro.it (2013) e Kindle di Amazon.it (2016);

 Donna dai due volti, script, Editore Lulu.com (2014);

 Scomparsa, romanzo, Edit. ilmiolibro.it (2014) e CreateSpace/Kindle Amazon.it (2015 e 2016);

 Gli Illuminati di Sion, saggio storico (2 vol.) Edit. CreateSpace e Kindle di Amazon.it. (2017); anche nell'edizione inglese, The Illuminati of Zion.; Lunar Conspiracy, romanzo fantapolitico in due volumi, (2018) editore Amazon. 

Tra il 2005 e il 2006 è stata membro della commissione cultura del tavolo per il programma di governo di Romano Prodi, che ha contribuito a scrivere.

 Pubblicista, ha collaborato a periodici di attualità culturale e politica, Orizzonti Nuovi e Rolling Stone.

Donna Beatilla letta da NINO GRECO




Un romanzo da non perdere !

“ I vestiti devono avere sempre due tasche, una con un buco” e quel buco, diceva Donna Beatilla, servirà a lasciare andare le cose superflue della vita, quelle che fanno volume e sono destinate ad andare…

Le metafore sono la linfa della letteratura e della vita e Donna Beatilla ne faceva uso con lo stesso garbo con cui appuntava i merletti sui vestiti con la stessa attenzione con cui si approcciò a leggere le pagine de “ La notte oscura” di San Giovanni della Croce. 

Un appunto di Padre Geronimo vergato a “lapis” nella terza pagina citava: 

- Dalla sofferenza sono emerse le anime piu forti, i personaggi più imponenti sono solcati da cicatrici-.

Grazie, Guglielmo.


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Nino Greco

scrittore ,nativo di Oppido Mamertina,vive a Milano.

 Ha pubblicato :


Mastro Peppinu e Peppineju: storie di Paese.Racconti brevi,Editore Barbaro 2009


Il mare e la questione meridionale ,Racconti brevi. Editore Imma arti grafiche 2012


La tana del Fajetto , Romsnzo ,Editore Pellegrini 2015


Il mare e la sinistra ,Racconti ,2023

DONNA BEATILLA letto da Mapi Barraco Pellegrino


Autore di libri di psicoanalisi e analisi del mondo contemporaneo, di romanzi, di poesie ( IL LUNGO CAMMINO DEL FULMINE) tradotte in inglese, francese, portoghese, spagnolo,tedesco e (12 MESI DIALOGO COL TEMPO e EPIPHAINO) in latino e greco,  Guglielmo Campione, medico psichiatra e psicoanalista, pubblica il suo quarto volume dal titolo “Donna Beatilla” 
nella collana “Luci da Sud.

La protagonista del libro, anziana donna lucana, vive nel suo ambiente naturale per nascita e per destino; detiene una saggezza antica il cui lontano passato diventa simbolo delle nostre ierofanie, miracolose presenze o rivelazioni del sacro o del divino, che finiscono per incarnare magie nel tempo ciclico e “riattualizzabile” della vita.

Nessun mistero per  gli  abiti neri indossati da Donna Beatilla che non hanno paura del buio e accompagnano ricordi mai sopiti, accesi da una fiammella di una candela, la cui luce scalda il cuore della solitudine richiamando rêverie di memoria.

Quello che intriga il lettore, sin dal primo capitolo, è l’enigma di “Donna Beatilla” .
Un enigma diviene  pensiero riflessivo e meditativo per chi consulta l'anziana donna e spera in un responso sibillino.
 
All’ enigma di “ Donna Beatilla” lo scrittore aggiunge altri misteri, espressi dalla presenza di figure  femminili e apprendiste  dell'arte del taglio e del cucito, Proserpina,Dolores e Carmrlina delle gazze ladre.
Le tre giovani fanciulle esprimono  freschezza e sentimenti d'amore,  tra un rocchetto bianco, un filo teso e una cruna di un ago,maturano pian piano la capacitá di avere visioni dell'al di lá ,di predire eventi osservando gli elementi Naturali e interpretando il volo degli uccelli, o di farsi personificazione dell'amore .

Il mondo della magia e il misticismo religioso si alternano nell'intreccio di storie e di vissuti personali, parimenti alla ricerca di una luce che illumini le oscurità e i misteri della vita. 

Donna Beatilla viene invitata dal priore dell'ordine dei Francescani, Fra Geronimo, a conferire con lui che tutto vigila per fsrsi conoscere e spiegare i suoi  metodi. Il monaco si confronta cosí con l'anziana e riflessiva Donna, a cui la gente si rivolgeva per ricevere saggi consigli. Alla fine dell'incontro le dona un libro sacro ma enigmatico “La notte oscura” di San Giovanni della Croce.

 
In questa parte del romanzo la sospensione del giudizio,  l'umiltà e la gratitudine sono presentati dallo scrittore come una condizione ineliminabile dell'umana esistenza, (concetti che indicano una profonda autoconoscenza) in cui ciascuno dà espressione del proprio universo interiore. 

L'opera enigmatica del mistico spagnolo viene capita da Donna Beatilla  forse come una via di riflessione sull'Anima, “che può perseguire percorsi di miglioramento” e di compimento.

 Il romanzo di Guglielmo William è una modernissima opera che integra enigmi, mitologia, magia, rituali e culture di immensa fascinazione.  
La profonda ed intensa dedizione al Sud compare  in ogni tratto della scrittura, aprendo memorie e registri culturali delle radici della nostra terra,  rivelando un quadro magico che rimanda ai complessi e variegati rapporti del mondo psichico più antico e remoto.

Lascio ai lettori il compito di apprezzare la bellezza del romanzo, di cogliere le emozioni risvegliate dalle immagini di memoria archetipica e antropologica, alla luce di percorsi e di itinerari, che talvolta indebitamente vengono confusi con la  stregoneria primitiva.

Un preziosissimo contributo al Sud, alla Lucania e alla nostra contemporaneità.

Octapia ,recensione di Rosanna Galtieri

A Etretat, borgo marinaro nella Normandia occupata dai nazisti, nel 1944, il giovane pescatore Nicholas, impegnato nella Resistenza, vive una vicenda ai confini tra vita reale  e sogno, così intensa, anche nella dimensione immaginaria, da rendere indistinguibili tali confini. 

Egli, infatti, si innamora della selkie Octapia, una creatura marina che assume però anche sembianze femminili, una donna-foca. 

L’idillio prosegue tra le insidie di altre creature fantastiche e le urgenze della dimensione reale e storica, fino a quando quest’ultima, rimasta inizialmente sullo sfondo, sembra prevalere nel finale che, comunque, rimane aperto. 

In questo racconto, si colgono elementi ricorrenti  anche in altre opere dell’autore, tra cui la presenza del mare, non a caso un tutt’uno con il sogno e con il desiderio implicito di attingere ad una dimensione profonda, in qualche modo più autentica e più soddisfacente di quella reale e storica, qui emblematicamente rappresentata dall’occupazione nazista.  

Il mare evoca la dimensione onirica, il desiderio,  la nostalgia di una realtà immaginale, ovvero della fusione di immaginario e reale che caratterizzava il sentire degli antichi, ma anche la paura della perdita del controllo che tale complesso variegato di elementi comporta. 

Ho trovato molto efficace il contrappunto tra  leggenda, mito, aspetto favolistico e storia. Anche in Santina Favolla era presente e la storia non riguardava solo i grandi eventi, ma la condizione dei ceti popolari.

Come si legge comunque a conclusione nella postfazione, non possono, almeno per ora, che rimanere inevase le tante domande  sulla dimensione del sogno e, di conseguenza, sulla nostra esistenza.

Guglielmo Campione L’essere scritto dello scrittore.








La mia esperienza di scrittore mi ha avvicinato alla comprensione dell'esperienza della dissociazione creativa di cui quest'opera intende occuparsi.


Gilbert Rouget (1) descrisse meritoriamente, dal punto di vista dell'antropologia culturale, la fenomenologia dell'estasi e della trance come fenomeni mentali umani in cui possiamo sperimentare una diversa esperienza del soggetto.

L'estasi, per Rouget, è un certo tipo di stato modificato di coscienza raggiunto nel silenzio, l’immobilità e la solitudine (classicamente con tecniche repiratorie e meditative).

La trance, uno stato a cui si perviene unicamente in condizioni rumorose, agitate e in compagnia di  altre persone  attraverso la danza, la musica e l'uso di sostanze psicotrope.

Lo spossessamento dell'io è il nucleo centrale dell'esperienze di entrambe.

Nel Timeo Platone aveva differenziato le malattie  in soma nosemata e  psiche nosemata, a loro volta differenziate in anoia (stoltezza), mania (follia) e amanthia (ignoranza).

La manìa (la Trance di possessione per Rouget) è la manifestazione dell’entusiasmo (en-theos), letteralmente l’entrata di una divinità nel soggetto, che ne è pertanto posseduto (katechomenos).

Le Trance possono essere emozionali o eccitative e, a secondo del ruolo  dell’ascoltatore, passive o attive o più precisamente indotte o condotte : il soggetto è “musicato o è “musicante. Una distinzione interessante questa, che apre delle prospettive.

La scrittura letteraria, in particolar modo poetica, può a mio parere essere un'altra importante esperienza di modificazione della coscienza che in quanto solitaria è piu estatica nel senso rougettiano.

Lo scrittore da questo punto di vista è lo sciamano musicante che è autore del proprio ingresso in trance e non dipende da altri che cantano o suonano il tamburo come nel caso della trance di possessione. Anche lo scrittore da questo punto di vista s'induce da solo la modificazione dello stato di coscienza e di conseguenza può venir scritto ,per cosi dire, più che scrivere. Egli cioè può essere consapevole del presente , attingere alla memoria del passato e programmare un futuro, in questo avendo il proprio io in regia oppure rappresentare personaggi e situazioni che nascono, crescono e poi possono misteriosamente autonomizzarsi e chiedere di condurlo dove dicono loro  E nel far ciò, lo scrittore vive questa esperienza del mistero dell’essere scritto come del tutto nuova rispetto alle precedenti.

Scrivere è cioè poter fare esperienza dello stato di flusso.

Il termine flusso è stato introdotto, nell'accezione psicologica, da William James, nella sua celebre opera Principi di psicologia. James introducendo il concetto di flusso di pensiero intendeva sostenere che il pensiero è continuo mentre la coscienza è simile alla vita di un uccello, un'alternativa di voli e di riposi. I punti di riposo sono occupati da immagini sensoriali, i punti che corrispondono ai voli, invece, sono occupati da pensieri di relazioni, statiche o dinamiche, che si formano per la maggior parte fra i fatti considerati nei periodi di relativo riposo. (2)

Nello scrivere, per lo meno nella fase piu creativa e libera della composizione, possiamo vivere la trascendenza del „come se“ i confini del sé si fossero espansi. Come un marinaio che si sente tutt'uno con il vento, il mare e la barca , un musicista che sente un misterioso senso di universale armonia. In questi momenti la coscienza del tempo scompare e le ore sembrano volare via senza accorgersene. Agli estremi di questa esperienza spesso ci sono l'ansia e la noia dell’insignificanza.

Lo stato di flusso è una dimensione nella quale si abbandona un Io rigido legato a memoria e desideri, a favore di un Io più fluido, abbandonato al vissuto del fluire. Come osserva C. Tart, ci troviamo in un altro stato di coscienza, rispetto a quello ordinario, che è caratterizzato da un proprio pensiero, da una logica propria, da un tempo proprio, da un linguaggio proprio, da una memoria specifica di quello stato. Il passaggio ad esso è regolato dall'entrata in una sorta di silenzio interiore. Il silenzio consente di fermare l'ordine in cui gli eventi si presentano: è la realizzazione dell' hic-et-nunc.(3) 

Lo stato di flusso tipico dello scrittore è caratterizzato anche dall’intensa significatività di ciò che fa, una sorta di stato di grazia e di pienezza che lo attraversa. Eliminando la tensione emotiva, l’ispirazione fluisce, si raggiunge uno stato simil estatico in cui la mente è tranquilla perché stimoli ed inibizioni sono in accordo con la necessità del momento. L’estasi deriva dalla concentrazione prolungata (la meditazione puo essere un valido supporto), la condizione base per lo stato di Flusso.(4)

Intorno a questi temi va detto che già nel 1915, Luis Aragon e André Breton, studenti in medicina, interessati alla neurologia e alla psichiatria, ebbero da   dire cose interessanti, pur se da un'altra prospettiva; quella dell’inconscio psicoanalitico. A quei tempi Pierre Janet, professore al Collège de France e, all’epoca, figura di spicco della psicologia, nel suo saggio “Automatisme psychologicque” del 1889, sosteneva il ruolo fondamentale dei traumi psicologici sulla frammentazione (dissociazione)dello spirito e anticipava di poco Freud nell’affermare l’importanza dei ricordi inconsci nella quotidianità.

Su questa scia intellettuale e culturale, nel 1924, Breton formulò il noto manifesto del surrealismo, definendolo “un automatismo psichico puro per mezzo del quale ci si propone di esprimere, o verbalmente, o per iscritto, o in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza d’ogni controllo esercitato dalla ragione, al di fuori d’ogni preoccupazione estetica o morale" . I surrealisti, quindi,  cominciarono a considerare la creatività automatica come una forma di attività artistica superiore, l’unica in grado di raggiungere la fonte della creazione poetica suprema, svincolata dalla tirannia della ragione, appellandosi all' universo inconscio  teorizzato da Freud. Breton, in realtà, aveva letto solo documenti di seconda mano riguardo Freud e le sue teorie, anche perché lui, così come la maggior parte dei suoi colleghi, non conosceva il tedesco. Nel 1921, decise di fare un viaggio a Vienna proprio per incontrare il mitico padre della psicoanalisi, il quale però pare lo ricevette piuttosto sbrigativamente, liquidandolo con una compassionevole pacca sulla spalla. Nonostante la sua delusione, Breton sostenne la psicoanalisi, sopportando anche le forti e continue tensioni ideologiche tra il movimento surrealista e quello psicoanalitico. I surrealisti, infatti, non hanno mai sposato uno dei concetti fondamentali della psicoanalisi, quello del complesso d’Edipo, definendolo come una ridicola uniforme per un astratto manichino.

Era il sogno l’anima del surrealismo.

Così Freud, consapevole del crescente riconoscimento che questi giovani sobillatori stavano conquistando anche in virtù di alcune sue teorie, cominciò a intrattenere una fitta corrispondenza con Breton. L’argomento fondamentale del loro epistolario era la relazione tra sogno e creazione artistica e, pare, che il tono tra i due fosse sempre piuttosto teso, reciprocamente sfidante come fossero due duellanti calamitati da sentimenti contrapposti d’amore e odio, sempre in bilico tra l’ironico e il pedante. Breton fu comunque fino all’ultimo un ammiratore di Freud, pur mantenendo una certa distanza dalle sue teorie.

D’altro canto,come sottolinea Paola Cerana, anche la psicoanalisi è stata fortemente influenzata dal surrealismo. Jacques Lacan s’ispirò quasi certamente a Salvador Dalì nel suo famoso metodo della critica paranoica e gli stessi concetti di dialettica del desiderio, immaginario e inconscio strutturato sembrano ispirarsi in tutto e per tutto a due opere di Breton, L’Amour fou e Le message automaticque.(5)


Io ritengo che la scrittura in quanto corpo stia in rapporto con l’elemento incorporeo psichico come tutto ciò che porta "il peso e l’inerzia della materia". Cosi essa, ad esempio, può farsi pesante sotto il peso di un’anima gravida di vissuti angoscianti o farsi arzigogolata e barocca simultaneamente ad un essere lezioso e mellifluo dell’anima.

Nel far ciò la scrittura si presta infatti usando parole, vocaboli e dunque convenzioni. In quest’uso dello scrivere la comunicazione avviene ancora sotto il beneplacito della tendenza raziocinante emisferica cerebrale sinistra (6) e dunque classicamente dell'io. D’altro canto il vocabolo non è certo l’unico medium utilizzabile in scrittura : v’è cioè un parlare, un sussurrare sottile attraverso il ritmo e la melodia e dunque attraverso la musicalità del testo: un cantare la gioia e la melanconia attraverso un ritmo narrativo vivace o monotono. In questo riconciliarsi con universi semantici simbolici e non verbali, l’ascolto si fa piu attento e la vista "torna a vedere."

Un fulmine è non solo un chiarore fra bui ,ma anche un presente tra passati e futuri, uno schiocco fra silenzi,un celeste fra neri e blu di prussia, e cosi ugualmente un’intuizione, un’ idea ,un flash back.

Quale più fedele mezzo per comunicare attraverso l’occhio e l’inchiostro personale che vuole trascendersi se non comporre l’immagine con la stessa brevità e velocità del fulmine?

E' quello che si deve essere chiesto James Joyce nell'“Ulisse“(7) inaugurando la scrittura a "stream of consciousness" ma anche Jack Kerouac in "On the road"(8). L’emisfero sinistro logico analitico e consequenziale che si esprime con le sue parole e punteggiature viene qui by passato in favore dell’emisfero destro intuitivo ,che ignora le divisioni spaziali /temporali del testo ,privilegiando la percezione olistica delle parole insieme alla loro musica. Attraverso ciò il compositore e il suo interlocutore possono giungono prima e meglio al cuore delle cose.

D'altronde la scrittura è metafora di un tempo soggettivo :" « Un'ora, non è solo un'ora, è un vaso colmo di profumi, di suoni, di progetti, di climi». (9)

Un tempo di coscienza  fatto di istanti eterni , di blocchi , di deja vù che scorrono come un fiume carsico , sotto il tempo meccanico digitale dei timer della produzione . Un tempo soggettivo che dà piu il senso dell’esistenza e all'esistenza.

L'Aiòn di Platone: il tempo interiore, coscienziale, che non ammette delimitazioni cronotopiche, ma è spazio della mente compenetrata nel Tiamat primordiale della religione sumera, un Io non ancora individuale immerso nella Consapevolezza Universale.).

Penso anche all'esperienza di leggere i miei testi poetici tradotti in latino, greco antico, tedesco, inglese, francese, portoghese e spagnolo: un'esperienza perturbante. Uso questo termine nell'accezione che ne diede Sigmund Freud nel 1919 per esprimere in ambito estetico una particolare attitudine del sentimento più generico della paura , che si sviluppa quando una cosa (o una persona, una impressione, un fatto o una situazione) viene avvertita come familiare ed estranea allo stesso tempo cagionando spaesamento.

Come se la traduzione avesse aperto nuove porte all’attribuzione di nuovi significati attraverso la nuova prosodia intrinseca alla nuova lingua in cui i testi apparivano tradotti per la prima volta dinanzi ai miei occhi. Sentire suonare in lingue diverse i propri testi, è stato come sentirli per la prima volta: una nuova nascita. Ma quante vite hanno essi allora. Mi sono chiesto? Possibile che io abbia scritto questo? Quale io ? Misteri delle lingue umane!

Della scrittura poetica mi affascina la prosodia, quel che unisce musica e parola, uno degli aspetti protomentali dell'esperienza umana. Mauro Mancia a proposito della musicalità del transfert in psicoanalisi usava il termine "sentire le parole"provenire dagli Archivi sonori della memoria implicita:“Ho così ridimensionato l’attenzione per la semantica delle parole, ma ho accentuato l’interesse per la loro musicalità. Questo mi ha permesso di acquisire una particolare sensibilità all’infraverbale, cioè non solo alle cose dette dal paziente, ma come vengono dette, al tono, timbro, volume della sua voce e alla struttura del suo linguaggio. Ciò è importante perché nel transfert questi elementi della comunicazione ripetono modalità comunicative che hanno caratterizzato precocemente la relazione madre/bambino e che sono state veicolo di affetti ed emozioni non ricordabili perchè a quell’epoca non si è ancora fortmato l’ippocampo struttura cerebrale fondamentale della memoria. Per questo motivo si parla di un inconscio non rimosso protomentale e di un inconscio rimosso successivo nell’evoluzione. L’inconscio rimosso, non permettendo il ricordo, si manifesta attraverso la musicalità del transfert e attraverso le funzioni simboliche del sogno“.(10)

D’altronde ,già dalla ventiquattresima settimana di vita nostra madre ci si è rivelata attraverso i suoi rumori organici, viscerali, ma soprattutto tramite la voce. Abbiamo assorbito tutta la sostanza affettiva di quella voce,  ne siamo stati impregnati; allora il desiderio di comunicare non era altro allora che il desiderio di non interrompere, o eventualmente di rinnovare, una relazione acustica con nostra madre così soddisfacente. Siamo stati immersi in un universo sonoro di rumori interni in cui ogni tanto faceva capolino la musica della sua voce. Per ritrovare l'universo musicale impregnato della voce materna abbiamo imparato a tendere l'orecchio perché potessimo instaurare nuovamente il dialogo con quella musica . Già nelle prime ore dopo la nascita abbiamo riconosciuto la sua voce rispetto a quella di altre donne e rispetto alla voce di nostro padre. .Parafrasando l’incipit del Vangelo secondo San Giovanni “in principio era il suono", Franco Fornari in Psicoanalisi della Musica (11) scrisse :” e il suono era presso la Madre, e il suono era la Madre”. D'altronde è  certo: la prosodia è la prima percezione, e la prosodia d'una lingua s'apprende in amnios : i bambini francesi piangono secondo la prosodia della lingua francese e cosi gli inglesi, gli italiani, i tedeschi e cosi via.

Come canta Pedro Solinas in "La voce a te dovuta ": 


Sì, al di là della gente

ti cerco.

Non nel tuo nome, se lo dicono,

non nella tua immagine, se la dipingono.

Al di là, più in là, più oltre.

Al di là di te ti cerco

Non nel tuo specchio e nella tua scrittura,

nella tua anima nemmeno.

Di là, più oltre.

Al di là, ancora, più oltre

di me ti cerco.

Non sei

ciò che io sento di te.

Non sei

ciò che mi sta palpitando

con sangue mio nelle vene,

e non è me.

Al di là, più oltre ti cerco”.


Il linguaggio della poesia è una danza continua tra la prosodia, la musica della parola, e il suo significato. In questa perenne oscillazione nulla più appare definito e una volta per tutte. Se la mente programma, calcola , infatti, la musica della parola che è musica del cuore, non conoscendo calcoli e opportunità, non mente mai”.

L’emergere interiore della parola poetica è uno di quei momenti in cui si può sperimentare il lasciar andare la guida dell'io, avere fiducia nell’intangibile che t'ha scelto come veicolo, solo leggendo i suoi segni non logici e imprevedibili nel Mondo e nella nostra vita.

Ci si lascia guidare da una voce arcana e misteriosa, seguendola come “parola che guida i miei Passi, come luce sul Mio cammino”, come dice il Salmo 118 e si risponde : 

"Mi fido di Te, Parola, ti ascolto, dialogo con Te anche se non sei un ragionamento ma non per questo sei da negare.

Insieme alla Parola, sogno".


((Immagine by Chiara Troccoli Previati)


Bibliografia.


Rouget  G., Musica e trance“ Einaudi, 2019


James W., Principi di psicologia, Principato, 2004


Tart C., Stati di coscienza,Ubaldini, 1977


Csikszentmihalyi M., Esperienza ottimale: studi psicologici sul flusso nella coscienza,  Cambridge: Cambridge University Press, 1988.


Cerana P., Psicoanalisi e surrealismo, la strana coppia https://www.outsidernews.it/psicoanalisi-e-surrealismo-la-strana-coppia/, 2012.


Erdman E., D.Stover, Beyond a world divided: human values in the brain mind science of Roger Sperry , Iuniverse.com, 1991


Joyce J., Ulisse, Mondadori,1984


Kerouac J., Sulla strada, Mondadori, 1995


Bergson H., C. Riquier Storia dell'idea di tempo, Mimesis.2019


Mancia M., “Sentire le parole. Archivi sonori della memoria implicita e musicalità del  Transfert”, Boringhieri 2004.


Fornari F., Psicoanalisi della musica, Feltrinelli 1984.

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Guglielmo Campione .

Bari 1957 .

Ha compiuto studi classici presso il Liceo Quinto Orazio Flacco di Bari, allievo del filosofo Fabrizio Canfora. Dal 1976 vive e lavora a Milano come medico psichiatra, psicoanalista, scrittore, musicista e blogger. E’ stato collaboratore del neurofisiologo dell’estasi Marco Margnelli. Premio letterario Poesia 2019 Città di Castello,è autore di libri di psichiatria, psicoanalisi , poesia, racconti  e romanzi.

LA NATIVITA 3 CERCHI di Piero Ragone a cura di Guglielmo Campione.

La nativita 3 CERCHI dello scultore Piero Ragone, (personaggi e stella in tufo a grana grossa, con cerchi in metallo,interamente smontabile) dell'ospedale San Carlo di Potenza, é un progetto "en plen air '.

Si pone come il dialettico contraltare dell'aperto al chiuso, dell' antimateria alla sostanzialitá della pietra rispetto alle sue nativitá scavate nel tufo e nella pietra leccese.

Come una liberazione emerge dal mondo ctonio e disegna forme e spirito nell'aria, come un respiro nuovo e libero dopo l'immersione nelle caverne.

Fa dell essenzialita di linee e materiali la sua dimensione primaria. I cerchi concentrici che stringono al centro conducono l'occhio alla sacra culla, ricordando il simbolo arcaico della spirale, simbolo del tempo .D'un tempo che non procede linearmente ma ciclicamente ritorna diverso e trasformato .

Le figure tufacee della nativita stilizzate e dematerializzate al loro massimo assecondano e fanno un tutt uno con le curve della spirale ,in un concerto di inchini e schiene curve che si piegano su Gesú .

Tutto allude alla centralità e circolarità del divino.

 La culla - sarcofago e’ un classico paleocristiano ripreso sempre dalla cultura bizantina.Tutto si china davanti al fuoco centrale.

Nell’icona della nativitá  più famosa di Rublev il bimbo e’ in fasce a ricordare poi il seppellimento e in una ‘culla’ che rimanda alla tomba.

Anche qui il Salvatore appare

stilizzato massimamente nella culla che pare alludere a un piccolo sarcofago ,momento cruciale di potente profezia del simbolo in cui la culla predice da ora quel che sará domani la croce








Il sacro mistero della Pietra di scarto di Piero Ragone a cura di Guglielmo Campione

E Gesù disse loro:
«Non avete mai letto nelle Scritture: la pietra che i costruttori hanno scartato è diventata la pietra d'angolo ?
Questo è stato fatto dal Signore ed è una meraviglia ai nostri occhi.

(Sal 118/117,22-23)






La nativita di Gesú é credere nel Mistero.

Un Uomo Nuovo che entra nella storia umana, nato da un'adolescente  che lo accoglie in una nuova e insuperata ,straordinaria ricettivitá creativa femminile ,incondizionata, attraverso il mistero della fecondazione da Spirito e accudito ed educato da un padre anziano adottivo non naturale chiamato a credere nel mistero di una paternitá non "conjuncta" eppur massimamente Genitale in quanto generosamente generativa (uguale la radice "gen").

Le nativitá di Piero Ragone sanno di mistero ,di questo mistero .
Di una fatica di mani e unghie entusiaste (ενθουσιασμός che hanno Dio dentro,possedute da Dio) che parrebbe rischiosamente inutile nello scavare la pietra dura della ragione della sola evidenza materiale ma solo guidate dall'intuito del Mistero lí racchiuso invece alla fine lo scopre.

La diversa forma e consistenza della pietra tufacea dolce friabile ma intrisa di inclusioni,di altre misteriose gravidanze geologiche  ,e della pietra leccese ,piu consistente e resistente ma piu povera in inclusioni,testimonia dell' indistinta accoglienza di tutte esse come potenziali scrigni del Mistero, della disperata non accettazione di esse come scarto inutile , perché non c'é scarto ,in ognuna alla fine dello scavo puó manifestarsi la sacra Epifania.

Non c'é scarto infatti per un uomo che si riconosce figlio di Dio Padre ma un solo anelito : UT UNUM SINT ,affinché siate tutti UNO.

Guglielmo Campione



PIERO RAGONE

Piero Ragone pubblicista dal 1993, tecnico, coordinatore, regista e responsabile di Produzione presso la sede RAI per la Basilicata fino ad aprile 2021, ora in pensione scultore.



Racconti Fantasy Hystorika edizioni 2022

 G.Campione 

" Il mistero del batik lapislazzulo" 

Un racconto sul destino e il caso.




HYSTORICA EDIZIONI BOLOGNA 2


022

Epiphaino” di Guglielmo Campione : recensione di Cinzia Baldini.


Nuovi Pensieri Su Di te
stasera
complimentandomi col miliardo di stelle
di questo cielo terreno
di porti e bordelli
dove l’amore
sbatte
come una vela stracciata
su corde tese
da pirati e 
mercanti di sogni speziati.


L’interpretazione di questi versi potrebbe essere rivolta al Supremo come ad una donna.

 Se considerato nella sua accezione spirituale è il Sentimento per eccellenza, quello più alto, che porta il poeta a riscoprire, con animo grato, le bellezze del creato nonostante lo squallore tipicamente umano “di porti e bordelli”. 
E’ anche l’amore platonico verso una donna quando ispira “nuovi pensieri” e gli alleggerisce l’animo facendolo volare verso “sogni speziati”, promesse di gioie future. 
E’ l’amore fisico, carnale quando “sbatte come una vela stracciata su corde tese da pirati e mercanti”.

Ma in Epiphaino c’è anche di più. 

C’è l’amore universale che tracima da molte liriche come per “Tempo che fugge”. Ed è l’amore profondo e intenso che alberga nel cuore di Campione e che lui getta, come un seme di speranza, nel fertile terreno della poesia per chiunque voglia raccoglierlo e farlo sbocciare, un esempio ne è “La mandorla dei suoi occhi”. 
C’è l’amore per le piccole cose in “Tu potrai”, per i gesti quotidiani “Nel fondo dei fondi”, per la sua terra in “Nicola cuore di popolo”. 

Non è un amore semplice perché è un sentimento fatto di fughe, di dolore e sofferenza ma anche di riscatto e pace, di solidarietà e fratellanza, di pacatezza e umiltà. 

E’ un amore a tutto tondo che commuove e incoraggia, rafforza lo spirito e rinvigorisce gli altri sentimenti positivi punzecchiando le coscienze in dormiveglia o precocemente appassite che hanno dimenticato la suggestione delle emozioni.

Oltre ad incoraggiare a leggere questo prezioso volume, posso aggiungere poco che non sia stato già detto e analizzato da Mariano Grossi, approfondimento del quale condivido ogni parola. 

Lasciatevi cullare, dunque, dall’ars poetica personalissima di Guglielmo Campione

Dal suo stile classico, poco comune, spesso aulico ma sempre fine e ricercato. 

Non è snobismo, ve lo assicuro: è garanzia di eccellente poesia e godetevi anche le preziose nonché dirompenti e avvolgenti traduzioni dei medesimi versi, in latino e greco, di Mariano Grossi.

La lettura di Epiphaino è un’esperienza letteraria unica, che capita poche volte nella vita e che vi raccomando vivamente di fare.

Epiphaino”, di Guglielmo Campione: recensione di Mariano Grossi.

 







Un volo di uccelli 

nel vento di levante

indicava una via diversa

per il ritorno, 

non quella per la quale 

venisti presa per lo scontento 

delle cose fin lì sapute 

scrutando le stelle 

nello stesso cielo.

Non si può tornar

per la via vecchia

se quel che hai visto

t’ha cambiato lo sguardo.

 

Questo l’exordium della raccolta “Epiphaino”, scritta da Guglielmo Campione e che abbiamo umilmente provato a vertere nelle lingue classiche, ispirati come siamo stati dall’aura sacrale che la lettura delle sue liriche ci ha ingenerato, poiché riteniamo capace quant’altri mai l’uomo, il credente, l’analista, autore della raccolta, di cogliere nella lettura delle Sacre Scritture valenze pragmatiche che si pongono alla ricerca di un messaggio estremamente umano e meno trascendente rispetto a quello che una certa bigotta cultura fideistica vuole far intendere; il riferimento nemmeno tanto recondito alla visita dei Magi a Gesù Bambino, il cui gnomon è già nel titolo della silloge, diventa occasione per una docimologia di natura principalmente psicologica: l’invito a non fidarsi dell’opinione comune, lo sprone a guardare la realtà con i propri occhi e riconsiderare il pregiudizio, rischio che ogni uomo di qualunque livello sociale, estrazione culturale e humus storico inevitabilmente corre; vedere coi propri occhi significa capire e rivoluzionare i propri programmi. Le lingue classiche con la loro capillarità compositiva morfologica e lessicale, a mio giudizio, corroborano ed aiutano questo orientamento, dacché un verbo ordinario, oseremmo dire, come cambiare si trasforma in convertereovvero methistemi, le cui preposizioni (cum e metà) marcano quasi fisicamente l’effetto ribaltante della decisione consequenziale alla visione ottica di ciò che si è andati a cercare.

Uscendo

dal tempio

onorata tomba

per colui che porta

nome di vittoria

e un libro con tre sfere d’oro in mano

si mescolavano

profumi d’incenso urina, semola, ragù e alghe

nel vento freddo di maestrale

e nel mio cuore

il senso del mistero infinito,

del viaggio,

della casa

e delle urgenze carnali.

E se qualcuno, fuorviato dall’argumentum della prima lirica, può pensare ad una raccolta tutta spiritualista, ecco che l’autore ci “cambia lo sguardo”, convertit oculos nostros, poiché la successiva costituisce il biglietto da visita dell’uomo mediterraneo perfettamente in bilico tra spirito e carne, anelito d’internazionalità e senso del nostos; un viaggio nella basilica Nicolaiana può davvero costituire per i forestieri un’ermeneutica quasi fisiologica e succedanea del messaggio contenuto nella prima poesia: la città vecchia, con le sue attiguità antipodiche così amalgamate, invita a cassare i luoghi comuni e a postarsi come uomini nuovi e gravidi di ossa e sangue, di anima e corpo. Ed anche qui, inutile dirlo, la centrifuga delle sensazioni psicolfattive che l’uomo annusa. Lasciando il tempio più etimologicamente mediterraneo del globo terracqueo (basta venire a Bari e sostarvi per capire il crogiuolo di razze che vi si concentra), viene esaltata dalla traduzione gravida di quelle prefissività (com-misceo, sum-mignymi) che l’italiano sovente trascura.

Spira nell’italiano solenne e per certi versi eccezionale di Guglielmo Campione l’aspirazione a riconquistare certe tonalità e bradipodie filologiche che la modernità ha ineluttabilmente smarrito: la dovizia dei congiuntivi nelle loro differenziate sostanze esortative ed ottative, la ciclicità delle interrogative dirette e indirette, gnomoni di un uomo in assidua sagola interiore, l’attitudine all’azione qualitativa più che alla sua semplice riproduzione cronologica, son tutti attributi formali affini alla classicità e sorge pertanto naturale l’input a guadare le sue poesie in lingua latina e greca, gli uteriin cui il suo italiano venne concepito. E il traduttore si arrischia con piacere nelle prolessi dei complementi di specificazione, nell’elevazione attributiva dei complementi di materia, nella posposizione dei verbi in finale di proposizione, ritemprando la consanguineità ematica del suo scrivere con la suggiuntività (restituzione in lingua albionica e castigliana del modo che noi italiani chiamiamo congiuntivo) e l’ottatività del greco antico che riesce a magnificare spessissimo le sue abituali subordinate narrative per mezzo del Genitivo assoluto, gemello dell’Ablativo assoluto latino.

Agli studenti liceali italiani d’oggi già questi approfondimenti sintattici possono sembrare estranei e sorpassati, ma io li stimolo a leggere le poesie di Guglielmo per attizzare un esercizio di episteme sostanziale e non solo formale, poiché, al di là dell’abito lessicale e stilistico, esse sono dotate di un caposaldo di formazione mitologica trasfuso cristallinamente nei più specifici concetti psichici e sarà gradevolissimo per loro, procedendo nella lettura di poesie come “Altrove nel firmamento”, “L’Oltre e l’Altro”, “Sale e Luce”, “Acqua”, o i dialoghi di occhio e anima o “Mille e una notte”, scoperchiare le sterminate competenze bibliche, mitologiche ed omnicomprensivamente storiche di questo poeta prestato alla psicanalisi. E l’impulso a leggerlo in lingue che oggi si definiscono morte sarà enormemente vitale!


Una recensione di Mariano Grossi


LE ORIGINI FILOLOGICHE DEI FANTASY 'SANTINA FAVOLLA" E "OCTAPIA" di Guglielmo Campione : la fata Melusina e la dualitá della rappresentazione femminile medioevale di Sabine Miquelis






Riflessioni su 
"Eroi e meraviglie del  medioevo" di Jacques Le goff.


 Melusina è un personaggio 
femminile immaginario molto antico :
per i mitologi é la "mater lucina"  romana che presiedeva le nascite.
La letteratura latina del XII e XIII secolo già infatti produceva storie su una fata simile a Melusina.

Per i Celti, “Melusina era una divinità protettrice della Fontana della Sete.
 (Font-de-Sé).

Potrebbe anche essere la Lyke dei Greci, la Melugina dei Liguri o la Milouziena degli Sciiti. Questo popolo proverrebbe da Eracle ed Echidna (anch'essa con coda di serpente e ali di pipistrello). 
Gli Sciiti, detti "Taifales", si sarebbero stabiliti con l'esercito romano in Poitou, dove fondarono la città di Tiffauges.

Per i Galli sarebbe piuttosto una sorta di parca tessitrice del destino umano.

Una delle più antiche evocazioni della figura di Melusina proviene da Walter Map (1140 -1208), nel suo" De nugis curialium "in cui narra di“Henno dai grandi Denti” (Henno cum Dentibus) e il suo incontro con Melusina,diventata dopo sua moglie.
La madre svela al figlio Henno il segreto di Melusine : si trasforma in un drago quando si bagna.

 
Nel Medioevo, ci furono molti altri testi che  scrissero diverse versioni della leggenda.

In una Melusina è figlia di Presina, moglie di Elinas, re d'Albania.
Elinas incontra Presina durante una caccia nel bosco.
Dopo il loro matrimonio, Presina fa giurare ad Elias di non assistere alla nascita dei loro figli. Elinas non rispetta il suo giuramento.
Presina fugge allora con le sue tre figlie Melusina, Melior e Palestina, nell'isola di Avalon.
Al compimento del loro quindicesimo anno, le 3 sorelle decisero di vendicare il tradimento del padre rinchiudendolo su una montagna ma venendo a loro volta punite, non avendo il diritto di incarcerare il padre.

La punizione di Melusina fu quella di trasformarsi in serpente ogni sabato.

In un 'altra versione ,Melusina incontrava alla fonte Raimondino figlio del conte di Forez, che aveva ucciso suo zio durante una battuta di caccia. Lei promette di risparmiargli le conseguenze dell'omicidio e di vivere una vita felice con lui se consentiva al matrimonio. Lei realizzava molte belle cose e la coppia aveva dieci figli, tutti con un marchio fisico (macchie sul corpo, marchi animaleschi).

Melusina è il simbolo del  destino, una creatura, vicina alla fata: un essere ibrido, metá umana, con un busto di femmina e metá animale, con una coda di serpente o un corpo alato di drago.
Melusina era dunque all'epoca quella che si chiamava un mostro, anche se suo padre era di sangue principesco e sua madre una fata. 

Nel medioevo la psiche femminile fu disconosciuta e il confine tra uomini e mostri, tra realtà e mondo fantastico, sfumato. 

Le fantastiche creature femminili,(Sfinge, Banshee, Medusa ecc) si comportavano infatti  sempre elementi animali cattivi.

Per i cristiani, il drago era una forza malvagia, che aveva assimilato i quattro elementi (aria, acqua, fuoco, terra). Era terrestre e celeste, come Melusine che ha una sua vita umana e vola peró dopo la sua trasformazione.
Soprattutto, il drago era un entitá che non poteva essere controllata. 
Questo è anche ciò che accade a Melusina, che fugge dalla finestra e torna la sera a contemplare i suoi figli.

Queste caratteristiche fisiche sono rivelatrici di un pensiero medievale  che credeva nella presenza in ’ogni uomo di instinti bestiali incontrollabili, più o meno legati al diavolo.
Istinti pregiudizievoli che si nascondevano nella parte la più profonda dell’anima e della mente.
Cose vergognose, che spaventavano, che non si volevano vedere né sentire. 
D’un uomo o di una donna che avevano compiuti atti malvagi , si diceva nella àmedievale ,di “avere fatto la bestia”.


La parte animale di Melusina si rivela solo nell’acqua.
Dimostra che un evento, un fatto esterno può provocare l’uscita della bestia che c’è in noi, come, la credenza nel fenomeno della licantropia, per gli uomini che diventano lupi con la luna piena, (vedi gli eroi moderni  Marvel, ad esempio Hulk, che si trasforma quando è arrabbiato, o Dr. Jekyll che si trasforma in Mr. Hyde). 

C’è l’idea che la bestia fa parte di noi, è come un altro sé stesso che convive con noi. 

A volte, la donna, qualsiasi la sua posizione sociale, fu considerata nel medioevo un piccolo animale da educare.

E’ in questo contesto che le credenze e gli stereotipi sulla natura e l'immagine della donna, si rafforzarono e consolidarono attraverso il riferimento a altre creature fantastiche delle sacre scritture :Eva, la prima donna, descritta nella religione cattolica come peccatrice, dal momento che aveva provocato Adamo.

 Il clero la percepiva come inferiore all'uomo e non il suo uguale, poiché era stata creata da una delle costole di Adamo e non interamente creata da Dio (come è stato il caso di Adamo).

 Melusina, nonostante la sua mostruosità, è moglie e madre all'opposto della Vergine Maria, solo madre di Gesu-Cristo.


"Il n’y a plus ni Juif, ni Grec, ni maître, ni esclave; ni homme, ni femme. 
Vous n’êtesqu’un dans le Christ Jésus "

Nonostante questa dichiarazione di San Paolo, la realtà fu e resta  meno idilliaca.

 Le donne lottavano per trovare il posto che spettava loro, sia socialmente che legalmente, avevano pochi diritti, la loro sessualità era molto regolamentata:  caste e dedite a Dio, o sposate e madri, come Melusina.
Se una donna era violentata nel Medioevo, la sua colpevolezza o non colpevolezza era determinata dal suo rango sociale, che doveva sottolineare la sua onestà.

Melusina conosce il suo potere e lo usa a suo piacimento. 
A differenza delle donne e delle mogli dell'epoca, non obbedisce al marito e lascia la casa per tornare quando vuole, sotto la forma di un drago.
Melusina disegna il profilo di una donna indipendente e determinata, incontrollabile nella parte umana e indomabile nella parte animale. 
Questa rappresentazione di una donna misteriosa e spaventosa è all'origine del mito di Melusina.

Nonostante le regine, le principesse di rango e tutte le donne che hanno fatto la storia medievale, le leggende e le sacre scritture hanno creato e fissato l'immagine della donna, qualunque sia la sua classe sociale,
quella di Melusina, nonostante il suo semplice aspetto fiabesco, mette in discussione la visione e il ruolo delle donne nella società medievale, attraverso la figura di un mostro.

Sotto l'aspetto inconscio del discorso c'è in realtà una nascosta paura delle donne, a causa dell'incomprensione della sua psiche e natura.

É anche il desiderio di rinchiudere la donna in uno stereotipo di diabolizzazione o santificazione, nella difficoltà di considerare le sue sfumature, la complessità delle personalità femminili, in una società manichea, ossessionata e plasmata dalle reminiscenze di quello che era stato erroneamente chiamato peccato originale.

Alcune donne , fondamentalmente quelle che appartenevano al gruppo sociale non privilegiato e, tra loro, quelle che vivevano e lavoravano per se stesse , erano consapevoli che non avrebbero vinto, o avrebbero trovato molto difficile vincere le loro cause in tribunale per molestie.
La loro stessa condizione di donne single, senza un referente maschio a proteggerle, le ha contrassegnate socialmente: agli occhi della comunità, le ha fatte sospettare di essere disoneste e quindi le aveva messe in una posizione favorevole allo stupro.



Bibliografia

De nugis curialium: Distinctio quarta:XI Item de apparicionibus, Transkription der bibliotheca Augustana(http://www.fh-augsburg.de/~harsch/Chronologia/Lspost12/Map/map_n409.html) (lat.).

Gervasio di Tilbury, Otia Imperialia testo dedicato a Ottone IV del Sacro Romano Impero;

Jean d’Arras, La Noble Histoire de Lusignan, 1393, dedicato al duca Giovanni di Berry e sua sorella Maria, duchessa di Bar;

Jean Couldrette, Mélusine dedicato a Giovanni Larchevêque, abate di Parthenay.

J. Le Goff, Eroi e Meraviglie del Medioevo, Editori GLF Laterza, Roma-Bari, 2005, p.150.

San -Paolo, Lettera ai Galati (III, 28).

Alphonse X le Sage, Code des Sept Partidas 1256-1265.

PROSSIMAMENTE IL NUOVO FANTASY STORICO : OCTAPIA LA SELKIE CHE AMO' NICHOLAS

PROSSIMAMENTE





 

Octapia é un fantasy sul sogno, sui confini tra realtà e sogno che segue in parte lo schema Morganiano dei racconti di fate medioevali.

Il sogno lo conosciamo tutti : ogni notte ci mettiamo a letto e perdiamo il contatto con la realtà, e con noi stessi, fino a quando, al mattino, il nostro cervello riunisce nuovamente i fili del sé e del mondo, preparandoci a un altro giorno di coscienza ordinaria nel mondo ordinario

Ma mentre la discontinuità narrativa é la regola del sogno per cui la narrazione é illogica, non consequenziale, se mai associativa e simbolica, scritta per salti di luoghi, persone e situazioni e cambia di notte in notte in Octapia invece vige una continuità narrativa di luoghi, personaggi , sentimenti, relazioni, emozioni che rende i sogni di Nicholas indistinguibili dalla realtà e più pauroso o desiderabili di essa.
Man mano che Nicholas si addormenta torna sempre li da Octapia , un sogno a puntate più simile a un accesso ad una realtà parallela come Matrix.

SANTINA FAVOLLA ,recensione di Marica Girardi



Bella storia molto al femminile.

Lettura semplice ma intensa di contenuti.

Riuscita sintesi di magia e realismo , sacro e profano, cultura e superstizione , maschile e femminile . 

Attraverso la storia di Santina Favolla e della sua famiglia l'autore è riuscito a disegnare un profilo molto profondo della natura femminile che mostra , non solo di conoscere , ma di apprezzare e valorizzare.

in preparazione ....


PROSSIMAMENTE




 

Kurt Müller 

1943 


ROMANZO




Santina Favolla la masciara bianca : recensione di Fernando Stendardo


Predisporsi alla lettura del racconto (o romanzo breve?) di Guglielmo Campione, richiede una preventiva rinuncia al nostro schema mentale di categorie letterarie.
Una definizione sinottica, infatti, risulta pressocchè impossibile, spaziando, l'autore, dalla commedia al saggio storico, dal melodramma al classico romanzo d'amore, fino a rasentare, senza mai abbracciarlo, il racconto gotico.
Tutti generi che Campione padroneggia da par suo dimostrando ancora una volta le possibilità pressocchè infinite dlla scrittura, il suo potere primordiale di portare sulle pagine storie, mondi, personaggi a volte, come nel caso della protagonista Santina, superiori alla realtà.
Questa volta, ci proietta in una favola d'altri tempi che trasuda intelligenza, tenerezza e magia.
Una storia fatta di indicibili segreti, poteri magici, incontri fatali, misteriose metamorfosi, amori che durano in eterno.
Il tutto in un'ambientazione ricostruita con tratti a volte essenziali, più spesso ridondanti e ricchi di colore, non pensati per dare una misura topografica esplicita, ma perfettamente in linea con una dimensione riconoscibile e familiare (difficile non identificare nella casbah, nel dedalo di vicoli, corti e sottani, il borgo antico di Bari, cui l'Autore, è legato da un mai reciso cordone ombelicale).
Così, alleggerito dall'uso sapiente del registro ironico, il racconto tocca, tuttavia, temi esistenziali e profondi.
L'Autore, lo alimenta attigendo a piene mani dall'inesauribile anfora rappresentata della psiche umana, soffermandosi sugli aspetti più introspettivi, quelli costituiti dai più gelosi segreti dell'anima.
Li affronta e li legge servendosi della lente che gli è più congeniale, quella della psiconalisi, sempre rigorosa com'è d'uopo per un professionista della materia quale Guglielmo Campione è, ma mai fredda e distaccata.
Il racconto interpreta, grazie alle chiavi del sogno, le dinamiche della psicologia e della psicoanalisi presenti in alcuni meccanismi inconsci legati all'identificazione della protagonista Santina: lo sdoppiamento di personalità, l'io scisso, l'io diviso che si trasforma in un altro essere, nel nostro caso in un granchio favollo, nelle notti di plenilunio.
Tema scientificamente rilevante e spesso ricorrente in letteratura come in psicoanalisi (basti pensare a Dr. Jekill e Mr. Hyde di Stevenson), e qui affrontato e risolto con indubbia inteligenza narrativa ricca di chiavi psicologiche importanti  ma immediatamente comprensibili.
Sempre, comunque, con raffinato pudore.
Per cui, ad esempio, pur muoventosi in un contesto di superstizione popolare, con masciare, fattucchiere, pozioni, riti e formule magiche, il racconto conserva sempre una dimensione illuminata e positiva che lo tiene ben lontano dall'atmosfera tetra e tenebrosa del romanzo gotico, dove le emozioni estreme sconfinano nella paura.
Qui tutto rimane sotto un dominio congiunto del cuore, della ragione e della fede, regni normalmente tra loro contrapposti ed in eterna esiziale lotta, ma che nella nostra storia trovano una sublime composizione nella scelta consapevole di Santina di consacrarsi al suo umanissimo sogno d'amore per Achille pur conservando la doppia natura, umana e magica, finalizzando, però, quest'ultima alla luce del bene, della verità, delle leggi naturali e dell'armonia del creato.
Così Santina smette per sempre i panni oscuri della masciara, per indossare quelli candidi e iridescenti della saggezza e della sapienza: sarà ancora masciara, ma masciara "bianca".
In questo modo tutto torna nel racconto di Campione nel punto esatto da cui si era partiti, il soprannome della compianta madre di Santina: "la Checchevasce", la civetta, l'uccello caro ad Atena, simbolo di saggezza e sapienza.
Infatti, in virtù della sua capacità di pre-vedere (e, quindi, pre-dire), di saper vedere prima degli altri senza ricorrere a vaticini, oroscopi o pittoreschi riti,di scandagliare le tenebre dell'animo umano, la civetta (nome scientifico Athene noctui!) rappresenta il simbolo della filosofia, il cui compito è proprio quello di far luce là dove apparentemente regna il buio dell'anima e della coscienza.
Il cerchio, quindi, si chiude mostrando nel suo perimetro il riverbero di tutto il mondo di rifermento in cui nasce e si sviluppa il racconto: l'amore ed il legame mai rescisso dell'Autore per la sua terra/città natia, il culto della memoria e delle tradizioni popolari, la sua solida cultura classica, la sua visione etica e filosofica della vita corroborata da una fervida fede reliogiosa, la passione per il mondo sommerso, non solo quello del mare, ma anche, sopratutto, dell'anima, vero terreno d'esplorazione di questo racconto.
Tanta ricchezza umana e culturale trova una composizione armoniosa ed esemplare nella storia di Santina e fa di Guglielmo Campione uno degli autori più completi ed interessanti del panorama letterario.